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Il disco che ogni band aspira ad incidere almeno una volta nella vita. I paladini del rock truccato realizzano nove piccoli gioielli che portano Stay Hungry ai vertici delle classifiche mondiali. Complice la produzione affidata a Tom Werman (Ted Nugent, Blue Oyster Cult e Cheap Trick fra gli altri) che ne ammorbidisce i toni più prettamente heavy dei precedenti Under The Blade (1982) e You Can’t Stop Rock And Roll (1983), i Twisted Sister accontentano tutti, dai fanatici dell’hard rock più grezzo agli amanti delle ballate strappalacrime. Si parte con “Stay Hungry”, title track di lusso veloce e tagliente, che troverà la sua ideale collocazione nella dimensione live del gruppo (ascoltare per credere la versione presente su Live At Hammersmith…). Si continua con “We’re Not Gonna Take It”. Cosa dire ancora? Probabilmente il brano più famoso dei Twisted Sister, vero e proprio inno di comunione tra la band e il suo pubblico, grazie soprattutto all’attenzione che MTV dedicò al (meravigliosamente pacchiano) video. Facili e prevedibili sentimentalismi a parte, se una critica va mossa è quella di soffrire, a distanza di oltre venti anni, di un eccesso di adolescenzialità che ne fece la fortuna al momento della pubblicazione. Così l’altro tormentone del disco “I Wanna Rock”, anch’esso divertente, antemico e ribelle, ma forse alla lunga sopravvalutato. Il meglio deve ancora venire. È infatti con “Burn In Hell” che Snider e soci danno prova di essere una vera macchina da guerra: il brano si apre lento, a tratti quasi epico per poi esplodere come una bomba ad orologeria in pieno petto. Protagonisti indiscussi sono il riccioluto cantante e Jay Jay French, che insieme danno vita ad un serrato dialogo voce-chitarra che da solo vale il prezzo del disco. Per non farsi mancare nulla, si prosegue con la mini opera “Horror-Teria”, in cui i toni si fanno inaspettatamente più cupi. La storia di un serial killer e delle sue giovani vittime viene accompagnata da pesanti riff a sottolineare il senso di oppressione presente nella prima parte, “Captain Howdy” e da una feroce esplosione di rabbia in “Street Justice”, la seconda. Ad alleggerire i toni ci pensa “The Price”, lentaccio di qualità in puro stile anni ’80, forse uno dei migliori nel suo tanto inflazionato genere. Dopo l’anonima, ma sempre godibile, “Don’t Let Me Down” (inserita forse più per mestiere che per convinzione), si ritorna al più sporco dei rock’n roll: i pesanti echi di sabbathiana memoria di “The Beast” e il ritornello da stadio di “S.M.F” (che non per nulla è ancora oggi brano finale delle esplosive esibizioni live della band) rappresentano la degna chiusura di un album che ha dettato a suo modo i canoni di un genere. Dopo Stay Hungry i Twisted Sister non sapranno più fare di meglio e i successivi Come Out And Play (1985) e Love Is For Suckers (1987) si trascineranno stancamente verso un genere più orientato al pop di maniera e ad un autocompiacimento che culminerà nella ri-registrazione dell’album nel 2004, intitolato per l’occasione Still Hungry. Voto:
Daniele Marinelli
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