Dal Brasile con furore ecco arrivare i Tempestt: questo debut album si presenta come una miscela esplosiva di suoni tipicamente modern metal, mescolati alle sonorità classiche degli Skid Row (la voce del singer Bj ricorda moltissimo quella di Seb), su cui si stende una leggera ma percettibile spolverata di sano prog. Grinta, tecnica sopra la media e melodie vincenti fanno di questo cd una piacevolissima sorpresa. A favore della band depone inoltre una genuina e spontanea predisposizione nel passare da un genere all'altro con estrema naturalezza, facendo di Bring 'Em On un album eterogeneo che non annoia mai ed al contrario stupisce in ogni suo passaggio. Davvero difficile individuare a chi dare il merito di un lavoro così azzeccato, in quanto tutto il gruppo suona e canta ad altissimi livelli senza concedersi pause o cali di tono. Dal'iniziale prog metal di "Faked By Time", passando attraverso la tirata "Bring 'Em On" dal sapore modern-prog e proseguendo con la sognante e sorprendente ballad "A Life's Alibi", il combo di San Paolo sfodera tutte le proprie capacità interpretative e dà l'impressione di essere un gruppo ormai navigato, i cui meccanismi perfettamente oliati funzionano alla meraviglia. In effetti i ragazzi non sono proprio degli sprovveduti: la loro storia inizia nel 1999 come cover band e, dopo l'immancabile gavetta, solo oggi riescono a pubblicare l'album di debutto grazie all'interessamento della label Metal Heaven. Uno dei vertici di questa loro prima fatica è rappresentato del duetto con Jeff Scott Soto in "Insanity Desire", pezzo che può contare su una ritmica corposa ed incalzante firmata dal talentuoso chitarrista Gustavo Barros. "Enemy In You" ci rivela quanto il Teatro dei Sogni abbia insegnato a questi quattro musicisti e di come gli stessi abbiano sapientemente appreso e fatta propria la lezione, introducendo elementi di personalizzazione davvero interessanti. Grande lavoro dietro le pelli per Edu Cominato, che trasforma song come "Fallen Moon" e "Loose Control" in autentici rulli compressori. La personalissima versione del classico "Don't Stop Believin" dei maestri Journey chiarisce ogni dubbio sul background della band e su come la stessa abbia trovato l'ispirazione per le proprie ammirevoli melodie. Un gruppo da tenere sott'occhio, sperando che in futuro sappia ripetersi su questi livelli o addirittura migliorarsi e diventare un punto di riferimento per chi nella musica non ricerca solo un momento di svago.