SYBYLLA,
Jan -
Intervista a cura di Stefano Gottardi
Dopo
il Tour Diary redatto dal chitarrista dei
SYBILLA *JAN*, è stato impossibile evitare di ricontattarlo per farci raccontare
ancora qualcosa su questo “sogno americano” che la band tricolore ha potuto
realizzare giusto qualche settimana fa. Ecco il resoconto della piacevole
chiacchierata.
Ciao
ragazzi, partiamo con una domanda banalissima che però mi pongo da diverso
tempo: perché avete chiamato la band Sybilla? Sicuramente un nome che richiama
più la mitologia che un gruppo rock…
Ciao
Stefano! Innanzitutto grazie mille per la possibilità che ci hai dato di
apparire sulle “pagine” di Roxx Zone! Per quanto riguarda la tua prima domanda,
hai fatto decisamente centro. Il nome riconduce subito alla figura mitologica
della maga/sacerdotessa e oracolo, regina di un mondo di festosità, eccessi e
totale libertà dal quale non si poteva però far ritorno una volta entrati (un
vero e proprio concetto “rock’n’roll” ante-litteram!), dalla quale nel Medioevo
si recavano cavalieri e negromanti per ottenere responsi e vaticini, popolando
le ricche - e poco valorizzate - leggende appartenenti ai territori che fanno da
cornice all’area in cui viviamo:i monti sibillini appunto.
Vi
va di raccontarci in breve la vostra storia?
Ho
formato la band nell’estate 2004, perché volevo creare un gruppo che suonasse la
musica che avrei voluto ascoltare, radunando amici di vecchia data e musicisti
appartenenti ad un altro progetto musicale, gli ZAP, di cui faccio ancora parte.
Dopo i classici “moti di assestamento” e fisiologici cambi di line-up, nel 2005
abbiamo raggiunto una certa stabilità con la quale siamo stati in grado di
portare avanti la formazione fino a questo momento.
Spulciando vari siti sul web ho letto che avete partecipato ad una puntata del
Roxy Bar di Red Ronnie: come ci siete arrivati? Com’è stata questa esperienza?
In
realtà è come se fossimo “di casa” ormai al Roxy Bar, ma non per il fatto di
essere stati scelti ed aver partecipato a più riprese al Casting dei Miti della
Musica indetto dall’istrionico Red Ronnie, tanto per il clima fantastico e il
rapporto che si è instaurato tra noi e il noto conduttore. Quante persone in
Italia forniscono la possibilità ad una band pressoché sconosciuta di esibirsi
su un palco con tutti i crismi, essere intervistati ed andarsene dallo studio
con un dvd professionale della propria esibizione?
Il
2006 è stato anche l’anno di The Invisibile Sandglass, disco ottimamente accolto
dalla stampa specializzata. Com’è andata invece a livello di vendite, quale il
responso fra i fan?
Una
prima stampa di 500 copie si è esaurita tra vendite, spedizioni a produttori,
agenzie varie e stampa mondiale, mentre la seconda tiratura di 300 copie si sta
esaurendo di nuovo tra i cd venduti in U.S.A. e quelli rimasti. Il responso tra
i fan ha messo d’accordo un po’tutti, dall’adolescente “novellino” fino al
collezionista più attempato… E la cosa, va da sé, ci ha fatto enormemente
piacere.
Se
non sbaglio il disco è autoprodotto, come vi siete mossi per realizzare un
prodotto all’altezza di un album promosso da un’etichetta?
Sicuramente la tecnologia e le possibilità che si hanno a propria disposizione
nell’epoca in cui viviamo hanno reso possibile molto del lavoro svolto. Per il
resto, produrre un lavoro simile è costato quasi un anno di songwriting,
pianificazione e perfezionamento degli arrangiamenti, attraverso un processo
durato cinque demo casalinghi, di cui uno in acustico per definire meglio le
parti corali, nottate insonni spese a cercare i contatti più utili, i prezzi più
vantaggiosi e la qualità migliore, a realizzare le grafiche, a pensare a tutti
gli aspetti promozionali e come porsi “sulla piazza”.
Pur trovando il disco molto ben suonato e interessante, sono dell’idea che
stilisticamente abbracci troppi aspetti della musica, finendo per risultare un
po’ disomogeneo. Come vi muoverete per il prossimo lavoro? L’album avrà un
indirizzo stilistico preciso oppure dobbiamo aspettarci ancora una grande
varietà di soluzioni musicali?
Ci è
già capitato di sentir parlare della disomogeneità del risultato finale, anche
se noi preferiremmo parlare di “varietà”. Fondamentalmente si tratta di punti di
vista, in quanto l’intento principale del nostro modo di fare rock è di
raggiungere il più alto numero di persone possibile, oltre ovviamente a
coniugare le diverse influenze musicali che convivono nella nostra band.
Preferiamo non inquadrare il nostro rock in un filone univoco o già ampiamente
percorso da altri artisti meglio e soprattutto prima di noi, bensì cercare
strade “alternative” e, se vogliamo, “poco o per niente esplorate” contaminando
la matrice hard rock di base con tutto ciò che ci piace e che ci ispira. In
merito al nuovo lavoro, sarà un ulteriore passo avanti in questo discorso ed
incorporerà sia il “trademark” che stiamo creando, sia la commistione tra
tradizione ed innovazione da cui siamo partiti.
Credo siate una delle, purtroppo, poche band italiane capaci di coniugare una
bella immagine a della grande musica. Quanto conta per voi il look?
Be’…
grazie ancora per il complimento, caro Stefano… Per noi il modo di presentarsi
conta abbastanza. Prima lavoriamo sodo per ottenere un discorso musicale
convincente e senza sbavature e poi… sì, per rendere accattivante la nostra
proposta musicale ci adoperiamo affinché anche la “confezione delle caramelle”
sia altrettanto ed egualmente accattivante.
Parliamo del tour americano che avete tenuto assieme ai Tattooed Millionaires, e
di cui ci avete concesso il racconto in esclusiva, per il quale vi ringrazio
ancora. Come siete finiti a suonare in giro per gli Stati Uniti?
Secondo
me lavorare duro per raggiungere i propri obiettivi paga nella maggior parte dei
casi.
Quanti
sono disposti ad investire tutte le proprie limitatissime risorse in un progetto
di questo tipo? Quanti a rinunciare al proprio tempo libero, alla propria vita
privata e ai propri impegni? Quanti a mettersi in discussione con umiltà e
sacrificio per intraprendere un’avventura simile?
Questo
è ciò che noi abbiamo fatto per organizzare il tour negli U.S.A.
Come ci si sente a calcare palchi importanti come ad esempio quello del Whisky A
Go Go? Qual è stata la reazione della gente di fronte a una band italiana?
Che
dire? Decenni di storia del rock che ti balenano in mente, adrenalina che
fluisce forsennatamente, uno stato semi-febbrile ma al contempo estatico: ecco
come, a grandi linee, ci siamo sentiti… Senza dimenticare la consapevolezza che
ci troviamo ormai nel Terzo Millennio e che la lezione del passato va portata
avanti, rielaborata ed evoluta, non scimmiottata. In merito alla questione
dell’essere una band italiana, c’è sempre quell’alone di fascino esotico che
permea l’italiano in trasferta negli States, chiunque esso sia o qualunque cosa
esso rappresenti. Avevamo la perplessità di andare lì e fare la figura di chi
vuole “insegnare la messa al prete”, ma così per fortuna non è stato, e siamo
stati accolti con entusiasmo, partecipazione e supporto incondizionato.
Nel Tour Diary che avete scritto leggo di tour bus, limousine e casinò… un altro
tipo di sensazioni forse non comuni, deve sembrare tutto un sogno il fatto di
essere improvvisamente catapultati in questo tipo di realtà…
Esattamente. Io personalmente ero piuttosto combattuto e se da un lato cercavo
di aggrapparmi ad un appiglio fatto di razionalità, cauta disillusione e
realismo, dall’altro non potevo far altro che constatare il clima surreale,
goliardico e di totale devozione al divertimento che permeava tutto l’ambiente a
me circostante. Ovviamente finendo trascinato nel vortice di perdizione, di
spensieratezza e di voglia di “godersela finché dura”… Si vive una volta sola,
almeno da quel che dicono, no?
E
come reagivano i membri del management americano e i ragazzi dei Tattooed
Millionaires di fronte al vostro stupore?
Il
management americano ha avuto modo di assistere col sorriso costantemente sulle
labbra ai siparietti di ordinaria follia di cui solo noi italiani siamo capaci
col nostro essere caciaroni, dissacranti e squisitamente “veraci”. Per quanto
riguarda i Tattooed Millionaires, non hanno potuto far altro che essere parte
anch’essi dello stupore generale e della voglia di vivere insieme dei momenti e
delle situazioni che sicuramente non dimenticheremo mai.
Un altro aspetto positivo del tour è l’accoglienza dei fan e degli appassionati
di musica d’oltreoceano, ben diversa da quella che caratterizza l’ascoltatore
medio italiano. Vi va di parlarcene?
Assolutamente sì. Ci piace considerare sempre ambedue le facce della medaglia, e
se il discorso si sposta sull’ascoltatore medio italiano contrapposto a quello
americano, be’… avreste dovuto vedere gli americani strabuzzare gli occhi
davanti alle nostre laconiche cronache di gente che se ne va inorridita dal
banchetto del merchandising perché un cd costa l’equivalente di due birre medie,
le stesse birre che ci venivano offerte da dei perfetti sconosciuti dopo ogni
concerto. Ora, ci rendiamo conto che le variabili sono tante e che non si
possono fare discorsi oggettivamente validi ed adattabili ad ogni situazione e
ad ogni band, e soprattutto vogliamo sottolineare che non guardiamo
assolutamente agli States come ad una realtà “paradisiaca”, però, per quello che
al momento concerne noi, i SYBILLA, l’accoglienza ricevuta, la benevolenza
dimostrataci, la – pressoché totale - assenza di malelingue, la collaborazione
fraterna tra band fanno sì che la nostra visione del panorama statunitense sia
razionalmente ben più rosea rispetto a quanto finora vissuto in Italia.
Leggevo di una litigata fra Johnny e Justin che vi ha costretto a prestare ai
Tattooed Millionaires il vostro batterista…
Eheheheh… Già! Ad essere sinceri, presi com’eravamo dal marasma che avevamo
intorno nel Privè del Planet Hollywood, lì per lì non ci siamo neanche accorti
che la situazione stesse degenerando. I due “milionari tatuati” sono finiti alle
mani, e Johnny ha spezzato il pollice sinistro a Justin, che si è ritrovato ad
essere un po’ il Rick Allen della situazione, e va fatto un plauso al suo
coraggio di voler rimanere in Tour e suonare il prima possibile nonostante il
dolore lancinante e i chiodi chirurgici impiantati nei legamenti. Dopo il panico
iniziale, si è subito profilata la soluzione più ovvia: il nostro Widius ha
eroicamente imparato le song dei Tattooed Millionaires dentro il Tour Bus (o
“Night Liner” che dir si voglia) e li ha aiutati a portare avanti la prima metà
del Tour… Nota di colore: io, nella persona di *JAN*, posso dire di aver
contribuito ulteriormente alla performance dei Tatuati ricoprendo il ruolo di
batterista per le cover presenti nella loro scaletta, che rispondono ai titoli
di “20th Century Boy” e “Get It On” degli immortali T REX. Per il risultato
finale, be’… se proprio ci tieni posso passarti le riprese video! Eheheheh!
Con piacere! Senti, com’è stato il rientro in Italia e il ritorno alla vita di
sempre?
Meno
traumatico di quanto ci aspettavamo, a dir la verità. Ovviamente il tempo
trascorso “on the road” ci ha arricchiti spiritualmente e a livello di
esperienza; le follie perpetrate, il deserto, i cactus e le strade di Hollywood
ci si sono stampate indelebilmente in mente, ma dopo quasi un mese è molto
catartico riprendere la strada di casa e salutarsi all’aeroporto in un piovoso
mattino di metà maggio…
Quali saranno le vostre prossime mosse?
Sfruttare a pieno i contatti stabiliti e continuare a “battere” il terreno
statunitense con quanta più promozione possibile a livello mediatico,
perseverando, lavorando ancora più duramente e mettendo a frutto il tutto. Vi
sono poi alcune ottime occasioni che abbiamo intenzione di cogliere qui in
Italia con la gente giusta e successivamente ci dedicheremo alla registrazione
dei nuovi pezzi.
Grazie per l’intervista ragazzi, e in bocca al lupo per il proseguo della vostra
carriera!
Grazie
ancora una volta a te e a tutto lo staff di Roxx Zone per la simpatia, la
disponibilità , la passione e la professionalità dimostrata nei nostri
confronti. Un caro abbraccio dai SYBILLA.