HANOI ROCKS -
Street Poetry - 2007 (Deomoliton
Records/Frontiers)
Ciao
sono un Hanoi-talebano quindi non badare alle prossime considerazioni perché
sono in mode sedicenne bagnata e siccome sono anche saccente e stronzo farò
riferimenti che sicuramente tu, fan dell’ ultima ora, non potrai cogliere.
Il
miglior lavoro dei tre finora sfornati dopo la fortunata reunion. Michael per
fortuna non ha più il monopolio della composizione, Andy ancora non al massimo
delle possibilità e molta farina, soprattutto in sede di arrangiamento, del
sacco dell’ottimo Conny Bloom e della sua caldissima strato. Ce lo dimostra da
subito l’ orientaleggiante intro, memore dei suoi Electric Boys, di
“Hypermobile” up-tempo al cardiopalmo con tanto di riffone e chitarre stonesiane.
“Street Poetry”: Andy McCoy, signori, non al massimo delle possibilità ma sempre
Andy McCoy, non so se mi spiego, title track formidabile. “Fashion” singolo
reggae - surf che riporta alla mente certi esperimenti di primi 45 poi raccolti
su Self Destruction Blues. “Highwired” sembra un incrocio tra il meglio di Too
Much Ain’t Enough di Andy ed un pezzo troppo poco eighties per i Cherry Bombz
(questo è estremamente positivo), finalmente quel gusto agrodolce ed appiccicoso
che ti informa che sei di nuovo intossicato e per i prossimi mesi sarà un
continuo ascoltare questo disco. In “Power Of Persuasion” Conny Bloom piscia
fuori dal vaso cercando di riproporre una “Village Girl” o “Kill City Kills”, a
scelta, attraverso il filtro della sua esperienza. Risultato: qualcosa di brutto
dalle sessions di Alice Goes To Hell di Alice Cooper.
Io dico, cosa sono quelle trombette sul bridge?! Ma fatemi il
piacere, Conny ti voglio bene, ritenta sarai più fortunato. Con “Teenage
Revolution” gli Hanoi - rubacchiando qua e là dalla tradizione inglese anni
sessanta, settanta - se ne escono con questo pop molto anglosassone ed ordinato:
carino. “Worth Your Weight In Gold” e qui Andy decide di farci commuovere con un
tango rock memorabile arricchito da un sax del buon Michelino in stato di
grazia, io vi amo! Con “Trascendental Groove” gli Hanoi giocano a fare gli
Aerosmith con il riff di “Flesh” da Get A Grip simpatico loisir. “This One Is
For Rock And Roll”, a parte questo Andy Christell (bassista) che se mi rovina
un’altra strofa così lo gambizzo, Micheal tira fuori dal boa di piume di struzzo
un anthem adolescenziale di quelli che solo lui sa scrivere: bella, bella,
bella. Conny ci mette le palle ed ecco “Powertrip”, rock come Dio comanda di
quello riffato e sculettante, ad essere pignoli un po’ Status Quo, ma chi se ne
impipa quando sei intento ad agitarti come un cretino urlando pauauauauauaer
trip! “Walkin’ Away”, yawwwn, sbadiglio tappa buchi. “Tootin’ Star” e che te lo
dico a fa rock and roll. “Fumblefoot And Busy Bee” strumentalone con tanto di
didgeridoo, balalaike, buzuki, sitar, trombe, tromboni, viole e violini, ma che
non fossero normali era palese da tempo ormai. Bocciati per la terza volta Petri
Maturi, Mikko Poikolainen e i loro Seawolf Studios: suoni e produzione sono
ancora lontani anni luce dall’ essere di mio gusto, sentire gli Hanoi con i
suoni da Sum41, scusate la franchezza, mi fa cascare la borsa ad altezza
ginocchio, ma grazie a Dio questi pezzi sono veramente micidiali
Lester D. Greenowsky
Partiamo dal considerare uno degli aspetti fondamentali di questo disco: è
meglio di Another Hostile Takeover? Sì. Nonostante qualche spunto carino, quell’album
mi ha fatto davvero incazzare per il solo fatto che sapevo non “mi avrebbe dato
il pane” fino ad una prossima pubblicazione di Michael e soci. Questa volta le
cose sono diverse.
Facendo un passo indietro, dopo questa piccola premessa, attivo la modalità
-ASPETTATIVA A 1000-. Timidamente mi affaccio alla prima song, come un
marmocchio che sbircia in salotto la notte di Natale, per vedere se babbo Klaus
esiste, “Hypermobile” decolla dopo 40 secondi di intro indian-style e mi
compiaccio: “ottime ritmiche, buon riff e un buon tiro”. Non so perché mi
vengono in testa gli Hardcore Superstar e la canzone mi passa, con un’inarcata
di sopracciglia sull’assolo, sacrificato ad un tratto ad un suonino
simil-elettronico che non si capisce da dove venga. ”Street Poetry” matura le
mie acerbe convinzioni che a reparto musicale ci siamo, un buon refrain e una
canzoncina che sta in piedi da sé: non male. “Fashion” mi smonta come un
pupazzo, già dalla sua uscita come singolo non mi piacque e rabbrividì un
pochino al pensiero che potesse essere una delle migliori; fortunatamente non è
così. Mi rianima “Highwired” che riporta gli Hanoi su quel rnr che meglio sanno
fare, fatto che evidentemente Mike e soci hanno trascurato quando infilavano le
trombe negli stacchi di “Power Of Persuasion”, traccia numero cinque. Finalmente
un po’ di spavalderia con “Teenage Revolution”, canzone davvero gagliarda, che
mette in risalto un Monroe che, mi rendo conto, non ha soddisfatto il mio
orecchio al 100% a livello di presenza sulle 5 canzoni precedenti, ma visto che
tuttora non saprei spiegarne il motivo, consideratelo un parere strettamente
personale. “Worth Your Weight In Gold” è Hanoi Rocks come non mai, forse il
ritornello non sarà proprio il massimo ma si respira un’atmosfera di “indietro
nel tempo” che fa davvero piacere, segue “Trascendental Groove”, con strofe che
non convincono a livello di arrangiamenti e di sound, ma che fortunatamente
sfociano in un bel ritornello cattivo che da un po’ il senso a tutto, fuorché a
quella tromba stonata che precede l’assolo (e tornano ‘ste trombe, ok il sax, ma
la mezza orchestra di fiati su questo disco non l’ho proprio capita). “This
One’s For Rock’n’ Roll” avrei voluto ascoltarmela quest’estate in macchina, col
volume a balla e il braccino fuori dal finestrino. Sarà per la prossima, e lo
stesso discorso vale per “Powertrip”, ahimé ultimo capitolo convincente di
queste prime 13 tracce: sì, perché “Walkin’ Away” e “Tootin’ Star”, oltre a
farmi tornare in mente di prepotenza sonorità e ritmi di Another Hostile
Takeover , passano un po’ deboli e non reggono il confronto con le precedenti
song, sgonfiando un pochino tutto. E a proposito di finali ingiusti: non
chiedetemi un parere sullo strumentale “Fumblefoot And Busy Bee”, vi prego! Un
misto di psychobilly, zorro e immancabili trombe, a concludere il brano, però,
un accordone che mi riporta alla memoria quello che chiude “A Day in The
Life” dei Beatles, e questo mi fa sorridere e capire che io a questi ragazzi gli
voglio comunque bene. Promosso dunque questo “Street Poetry”, che fra mezzi
passi falsi, trombe e qualcosina di troppo (o di troppo poco), scorre offrendo
un buon numero di canzoni convincenti, capaci di soddisfare l’hanoi-maniaco
medio. Buoni i lavori sulle chitarre, con ritmiche decisamente ben fatte e
toste. Piccola nota negativa, i nostri Michael Monroe e Andy McCoy a volte un
po’ anonimi, non più in quella posizione di rilievo che per una serie di motivi
emergeva forte nei vecchi lavori in studio.