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Non dovete rompere i coglioni agli Snakebite di Perugia per il loro sound retrò. Loro VOGLIONO suonare retrò. Sono talmente retrò che, di solito, dopo essersi scolati una birra chiedono al barista se possono pagare in lire. Scherzi a parte, quando nel 2004 uscì il precedente Tickets For Rock n’ Roll, pensai che un demo dal sound così radicato negli anni ’80 non mi capitava di ascoltarlo da un bel pezzo. Purtroppo una realizzazione (molto) artigianale, e una registrazione di serie C-2, girone B, non permisero ai cinque ragazzi umbri (spero che Perugia sia davvero in Umbria, sapete com’è, la geografia non è proprio il mio forte, ma eccello in altre discipline, come il sudoku, ad esempio, di cui sono l’indiscusso campione parrocchiale) di emergere fra la miriade di rockettari pulciosi e un po’ cotonati sparsi per la penisola. In quel periodo si parlava insistentemente di “scena italiana”, una parola che ai più fa tuttora venire il prurito ai maroni. Infatti, com’era prevedibile, nessuna band italiana combinò davvero un cazzo di niente (Greg, sei sicuro che uno con un linguaggio così colorito lo facciano entrare in Parrocchia? NdStefano). Nonostante l’evidente fallimento del revival glammetttaro tanto propagandato in seguito all’esplosione del (passeggero) fenomeno The Darkness, qualcuno non se l’è proprio sentita di appendere il perizoma leopardato al chiodo. È il caso degli Snakebite appunto, che tre anni dopo si ripresentano con una formazione rinnovata, scesa a quattro elementi, un full-length finalmente ben prodotto e registrato, un po’ di esperienza in più e taaante foto live da inserire nel booklet del cd come fecero gli Warrant nel paleozoico. Da subito è evidente la maggiore attenzione prestata ai particolari, primo fra tutti l’inglese, vero e proprio tallone d’achille del vecchio demo (però c’è da rivedere qualcosa sulla pronuncia ragazzi, lo conferma anche il mio cognato madrelingua, il qui presente Sir Lipton Ais Ti, mica cazzi!), tuttavia una certa omogeneità di fondo rende la proposta davvero poco varia. Insomma, per farla breve, molti pezzi si somigliano fra loro, ecco, però alcuni si distinguono in maniera particolare: gli spediti up-tempo “Beautiful Emily”, “Into My Life”, “She Gets Me So High” (da 8 e mezzo il ruttone finale, ma io, modestamente, saprei fare anche meglio) e la conclusiva “Horror Movie Stars”, con un piano honky tonk che persino il maestro Gaetano Balocchi se lo sogna (per chi se lo stesse domandando, è il mio vicino di casa 88enne, ex pianista di balera degli anni ’50), dovrebbero raccogliere parecchi consensi, perlomeno fra gli estimatori di Poison, Cinderella, KISS e Mötley Crüe. Piuttosto, eviterei ballatone allo zucchero filato come “Too Late To Remember”, che sinceramente non vorrei sentire neppure se fosse Phil Lewis in persona a chiedermi di ascoltarla in anteprima. Per il resto ci siamo, bravi i miei rocker sporchi, cattivi e sboccati. Una di queste sere si va a donnacce assieme!
Voto:
Greg De Rocca
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