Atmosfere glaciali, una tristezza di fondo che lascia percepire un male di vivere che sfocia nell'autolesionismo più puro. La rabbia per un amore perduto, rappresentata
a tratti attraverso un riffing violento e acuto (come le fitte che ti colpiscono allo stomaco e che ti scavano dentro senza darti tregua
quando soffri per qualcuno), a tratti attraverso emozioni che trapelano da parole appena sussurrate, trasmesse dalla toccante profondità di alcuni testi. Ritmiche decisamente
heavy si alternano a passaggi più cupi e pacati, assoli ridotti all'osso (quando ci sono) ma dotati di uno charme del tutto particolare. La dipendenza da una sostanza (o
da una persona?), la ricerca di una risposta tramite la ritrovata fede: questi i temi principali trattati da Zolberg e i suoi Sign, che ritornano alla carica dopo l'ottimo Thank
God For Silence del 2006. Superandosi. È molto difficile descrivere l'immenso fascino di questo disco, che abbraccia vari stili e che potremmo definire comunemente
rock. Rock di classe. Su tutto spiccano melodie incantevoli e ritornelli mozzafiato, urlati con dolore e sentimento da una voce che, con il passare degli anni, acquista
sempre maggiore personalità. Dieci pezzi meravigliosi, senza il minimo calo di tono, in un crescendo di emozioni travolgente. Forte del sostegno della critica specializzata
e di tour come support band di Wednesday 13, The Wildhearts, The Answer e Skid Row, questo terzetto islandese, seppur
giovanissimo, sembra possedere già la maturità necessaria per fare il salto di qualità. Resta la speranza che qualche grossa etichetta
se ne accorga, perché in questo caso parlare di possibile next big thing non è assolutamente un azzardo.