21
settembre 2004: una data che non si scorda facilmente. Fu infatti in quel giorno
che i Rush approdarono per la prima volta in Italia per un concerto. Tre anni
dopo il power trio canadese torna nel nostro Paese per un nuovo, entusiasmante,
show: cambia il luogo, il più capiente Datch Forum al posto del Pala Mazda, ma
non l’entusiasmo con il quale il pubblico è accorso all’evento. L’attesa è
spasmodica e il palasport continua a riempirsi, mentre sul palco si possono
notare alcuni forni da rosticceria contenenti polli allo spiedo, svariate
bambole Barbie e dinosauri di gomma, ma ecco spegnersi le luci: sul megaschermo
parte un filmato ironico imperniato sull’ultimo album, il pubblico ride
divertito, ma quando i tre fanno il loro ingresso on stage è un boato. L’attacco
è affidato a “Limelight” (che curiosamente aveva chiuso il concerto di tre anni
fa!) e, anche se i suoni non sono ancora perfetti, il pathos è al culmine. La
band è strepitosa, anche se la parte del leone la fa sempre Geddy Lee: vederlo
cantare in maniera così sublime, permettendosi, nel contempo, di suonare
complesse linee di basso e occasionalmente le tastiere, è uno spettacolo a cui
non si può rimanere indifferenti. Alex Lifeson, dal canto suo, è un chitarrista
dalla fantasia illimitata (oltre ad essere pure un inventore, uno chef, un
imprenditore …), mentre il signore dietro piatti e pelli è “solamente” uno dei
migliori batteristi rock dell’ intero globo terracqueo. Analizzare lucidamente
un concerto del genere è opera non da poco: potrei elencare le suggestive
immagini che, sui tre megaschermi posti dietro a Peart, accompagnavano tutti i
brani, oppure i laser verdi che sparati dal centro del palco, andavano a
descrivere un fantascientifico reticolo sopra gli spettatori, o, ancora, la
comicità suscitata dal siparietto dove, un Geddy Lee in versione South Park si
divertiva a storpiare la celeberrima “Tom Sawyer”, scambiandola per
un’improbabile “Huckleberry Finn”, oppure cercare di descrivere a parole
l’assolo di Peart sulla sua batteria girevole, un’opera d’arte tramutata in
musica; ma per capire nel migliore dei modi questo show, bisognava esserci. Se
proprio si volesse trovare un difettuccio, un neo, una piccola imperfezione in
questo spettacolo per gli occhi e per le orecchie, potrebbe riguardare la
scaletta, troppo incentrata sull’ultimo e non proprio entusiasmante disco, a
discapito di qualche “classico” defalcato; ma tre ore e un quarto di concerto
per quasi 30 pezzi non sono poche per una band che sta per festeggiare le 35
primavere. E poi c’era il pubblico. Attento, trepidante e soprattutto ancora
incredulo di trovarsi davanti a tale, mastodontico show.
Questo
concerto è paragonabile al genere trattato nei testi di molti album dei Rush:
fantascienza.