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Si formarono a Cleveland, Ohio, nella seconda metà degli anni ’80 e, dopo aver traslocato nella Los Angeles tutta party, belle ragazze e rock and roll di allora, riuscirono a firmare un contratto con la Renaissance Records. Nel 1988 uscì, soltanto in formato audiocassetta/LP, ...And We Don't Care, debut album e unica release a nome Pretty Vacant mai immessa sul mercato. Almeno fino a quando l’australiana Suncity Records non ha messo gli occhi su questa misconosciuta band, recentemente riformatasi in formazione originale, quindici anni dopo che l’esplosione grunge ne decretò il forzato scioglimento. Il risultato di questo sodalizio artistico è Walkin' On A Tilt, una compilation di vecchie registrazioni di un gruppo che, a dispetto di un monicker che potrebbe fare pensare al punk dei Sex Pistols, suona(va) del genuino glam/hair metal. I brani, registrati in diversi periodi della carriera della band, risentono dello scorrere del tempo e non possono vantare una produzione comune e, di conseguenza, una qualità del suono omogenea, nonostante l’opera di ri-masterizzazione da parte di Gregg Fulkerson (Blue Tears) e Chris Fatouros. Poco male, perchè il songwriting rialza il tiro e mette in tavola ben 15 canzoni, di cui alcune in versione demo e tre splendide cover di Wildside, Beatles e High Plains Drifters. Non c’è nulla di nuovo sotto al sole, niente che un amante di queste sonorità non abbia già sentito decine e decine di volte nei lavori di Enuff Z’Nuff, Dirty Blonde, Wild Boyz, Tuff e Vain, eppure l’ascolto del disco scorre via liscio come l’olio senza annoiare. La presenza di pezzi come “Welcome Home”, “Born 2 Lose”, “Turn Off The Sun” (vero e proprio inno che dovrebbe fare la felicità di tutti i glampiri), “Shine On”, “Everlasting” e la title track, giustificano l’interesse almeno da parte dei glamster fanatici dei gruppi meno noti al grande pubblico. Menzione d’onore per la voce sporca e selvaggia del bravissimo Kenny Vacant e per la sei corde di Dave Trace; in particolar modo risulta alquanto azzeccata la scelta di privilegiare in diverse occasioni l’utilizzo della chitarra acustica, che garantisce alle composizioni un tiro abbastanza personale e le caratterizza differenziandole un po’ dalle solite glam song che siamo abituati a sentire. Curiosità: la track list del booklet riporta in maniera errata la successione dei brani, quella esatta la potete trovare qui a fianco.
Voto:
Stefano Gottardi
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