Il tuo nuovo album si intitola Time To Be Free,
perché questo titolo e che significato attribuisci alla parola “free”?
Sicuramente, la prima impressione che questo album può dare, è che io abbia
cercato di rompere con legami del mio passato e adesso sia libero di creare ed
eseguire qualsiasi tipo di musica io desideri, ma questo è solo in parte
corretto. È vero comunque che, sì, sono libero dalle limitazioni del passato, e
dicendo questo mi riferisco al fatto che ogni gruppo ha il proprio stile, gli
Angra erano una cosa e gli Shaman un’altra, ed è stato importante che le due
band avessero un proprio sound per non cadere nella mera ripetizione di quello
che si era proposto in precedenza. Se gli Shaman avessero cominciato a fare la
stessa musica degli Angra non sarebbe stato tanto simpatico. Allo stesso modo se
gli Angra avessero iniziato a proporre lo stesso tipo di musica dei Viper non
sarebbe stato ugualmente corretto. Nei diversi casi è stato tutto piacevole ma
limitato per sua natura, ogni band ha seguito una propria direzione musicale.
Adesso che si tratta una “Solo band”, quello che voglio è potermi muovere
attraverso queste esperienze musicali insieme e contemporaneamente: questo è
quello che, probabilmente, troverete in questo album, e non il tentativo di
copiare quanto di meglio ho fatto nel passato. È una sensazione diversa, è come
se avessi lasciato che il mio passato scorresse in me ma creando qualcosa di
troppo diverso per adattarvisi e questa è la cosa più importante. Questo può
essere considerato un primo approccio all’album Time To Be Free. Il vero
approccio, che è quello per cui realmente è stato scelto il titolo dell’album,
è, in realtà, un concetto. C’è un’idea che sta a fondamento del titolo. Quando è
stato immaginato “tempo di essere liberi”, ci si è immaginato un tempo in cui
renderci liberi. Questo perché stiamo vivendo, ora, in un mondo che ha
suggestioni mai sperimentate prima; è un mondo di cose virtuali, tutto è veloce,
tutto è connesso, tutto è sempre visibile, ed è quasi incredibile come questo
mondo virtuale stia prendendo il posto di quello reale. Se da un lato è
importante e piacevole che la tecnologia abbia una così grande parte nella
nostra vita (perché ci dà comodità), non si può negare che, dall’altro lato, ci
sia un prezzo da pagare. Nell’essere così legati alla tecnologia si stanno
perdendo alcuni importanti elementi relativi all’essere umano, valori che
c’erano nel passato e che piano piano vengono sostituiti da quelli virtuali.
Questo spesso crea delle incongruenze perché, magari, si ha un amico in Cina,
attraverso Internet, ma non si conosce il proprio collega. Ritengo che siano
cose che vengano spesso sottovalutate e che questo lato del mondo di oggi non
vada dimenticato. Quindi, pensando a Time To Be Free, non ci si è ispirati tanto
al concetto di libertà come eterna ricerca dell’uomo, quanto come ricerca della
libertà interiore di sé stessi, in contrapposizione a quella esteriore. Ci sono
persone che sprecano un sacco di parole sull’avere una carriera di successo,
tanti soldi, spenderli in occasioni giuste, pensando che in questo modo
troveranno la libertà da qualche parte; ma questo non accade. Invece, si può
essere qui come stiamo facendo ora, stare bene con sé stessi, e vivere un bel
momento in compagnia, serenamente, con semplicità e non c’è niente che possa
sostituirlo, non ci sono lussuosi alberghi vista spiaggia che possono dare le
stesse emozioni. Questa è una cosa molto importante su cui riflettere e credo
che il titolo dell’album abbia questa doppia valenza di significato, quello per
cui si ha bisogno di tempo per essere liberi, che per prima cosa si debba
svegliare la mente su questo e che poi si debba spendere del tempo e fare uno
sforzo affinché il proprio mondo reale sia la libertà interiore. Se non ci si
pensa, si rischia di passare attraverso la propria vita con una visione alterata
che non porta niente al genere umano nel suo complesso. Credo si debba prestare
più attenzione a questi concetti, anche perché il nostro pianeta ci manda sempre
di più i segnali della nostra indifferenza.
Ascoltando l’album, a volte si ha l’impressione
che nel sound si siano perse quelle influenze etniche che caratterizzavano i
tuoi precedenti lavori, si tratta di una scelta precisa?
Non
le ho realmente dimenticate, le ho solo proposte in modo differente. Quando ero
più giovane avevo questo forte desiderio di mescolare insieme i differenti stili
musicali e quando sei giovane e vuoi così intensamente una cosa tendi ad
estremizzarla ed a renderla in modo molto ovvio; adesso cerco di rendere la
stessa cosa ma in modo migliore, affinchè non risulti un semplice mescolare gli
stili. Molte band lo fanno pensando di innovarsi e il risultato non è sempre
convincente. Non si tratta di prendere un poco di metal qui, metterci sopra un
poco di musica classica e poi fonderli insieme, non funziona così… Quello che ho
imparato sulla musica a scuola, quando stavo capendo come comporre, è che la
cosa più importante è la forma. Questo è il motivo per cui credo che classica e
metal, per la loro forma musicale, siano degli stili particolari e che ancor più
particolare sia l’introdurre parti etniche, e ritengo che l’unico modo che abbia
un senso per fondere insieme questi stili, sia leggerli contemporaneamente.
Quindi la canzone deve nascere già con quest’idea di fusione presente in essa e
non essere qualcosa che viene aggiunto in seguito.
Per
rispondere alla domanda, ci sono sì influenze etniche in questo album, si
possono sentire, si possono percepire, ma ho sempre cercato di renderle in modo
nascosto piuttosto che in maniera evidente; perché penso sia di maggiore
impatto, penso che in questo modo le persone vengano colpite più profondamente
ma senza che se ne rendano conto. Solo per fare un esempio, in “Rio” c’è il
richiamo alla città Rio, ispirato da un film brasiliano che mi ha notevolmente
impressionato, “City Of Drug”. Pensando a Rio, si pensa alla samba, al carnevale
e così è stato introdotto un ritmo di samba nella canzone, ma rendendolo come
ripiegato, rallentato e più profondo, per dare un’impressione di intensità. Il
pezzo è molto penetrante e in alcuni punti aggressivo in modo da dare la
corretta sensazione emotiva, e io credo che il risultato alla fine sia veramente
subliminale, ma che sia la sensazione di mortalità. Anche in “Lookin’ Back” le
introduzioni sono presentate in modo simile, ci sono molte percussioni, ma fuse
con il resto della canzone e questo le rende molto più simili ad una fiammata,
ad una emozione piuttosto che a un’ovvia uscita musicale. Come ho detto prima,
credo di poter pensare che in questo album ci sia una specie di sommario della
mia carriera, ma che non sia una copia della stessa. Provo un’antipatia profonda
per coloro che copiano troppo sé stessi e detesto quando qualcuno ripete gli
stessi passi formali pensando che facendo così si possa avere successo. La cosa
spiacevole e che a volte questo successo arriva, ma è un successo effimero e non
credo che ripetendosi si possa demandare il proprio nome alla storia, si viene
dimenticati e a rimanere per sempre sarà solo chi ha avuto idee innovative.
Quindi la mia intensa ricerca, all’ interno del mio lavoro musicale, è sempre
verso l’originalità. E io credo fermamente che sia possibile creare questa
originalità, credo che il metal sia ancora uno stile musicale che può essere
creativo, esiste da più di 40 anni… se non fosse così, se ci fossero dei limiti
alla musica, allora gli altri stili come il jazz o la classica non ci sarebbero
più; se ci sono è perché esistono persone che sono in grado di reinventare
questa musica. Se si ama il metal così tanto, allora perché non comporlo al
meglio anziché come semplice copiatura di qualcosa di già fatto? Qualche volta
un’ispirazione o una situazione possono essere valide, penso sia pregiato
mantenerle; mi piacciono le cose degli anni ‘80 e posso utilizzarle, a piccole
dosi, nella mia musica, come riferimento ma senza copiare realmente qualcosa.
Quindi se vi sembra di sentire che in questo album c’è qualcosa di simile a
Angels Cry è dovuto al fatto che, di tutti i miei gruppi, quello in cui ho
passato più tempo nella mia carriera sono stati gli Angra e questo spiega perché
ci sia tanto di loro in quest’album; credo, però, si tratti sempre di un
“Ricorda gli..” ma non veramente di un “E’ uguale a...”.
Come ti rapporti rispetto al fatto che spesso
vieni presentato come l’ex cantante degli Angra sebbene tu abbia fatto molto
altro e con diversi gruppi?
Se
gli Angra sono solo un riferimento allora l’unica cosa che posso rispondere è
che ne sono orgoglioso; perché ho fondato gli Angra, vi sono rimasto per 5 anni,
durante i quali la band ha raggiunto il suo massimo. Sono molto orgoglioso di
tutto quello che abbiamo fatto; credo che insieme abbiamo prodotto molte ottime
cose, ma credo anche che la coesione nella band fosse giunta al termine.
Qualunque cosa nella vita prima o poi ha un termine, anche la vita stessa,
perché si muore; “it’s sad but true”, come per i Metallica (gioco di parole e
chissà se era riferito solo alla canzone… mah… mah… NdR), quindi anche la
collaborazione con gli Angra, ma non posso che essere orgoglioso di quello che è
stato fatto. Ancora oggi, quando ascolto le mie canzoni negli Angra, sono fiero
di molte cose; di altre, se devo essere sincero, penso che avrebbero potuto
essere fatte meglio; se ci penso con la mia testa di oggi vedo che avrei potuto
lavorarci meglio ma vado oltre, perché ho ancora cose da comporre e altri
progetti… e non mi riferisco alla mia situazione attuale, perché questa non è
definibile come un progetto. E questa è una cosa fondamentale da chiarire,
questa di oggi, per me, è la mia “solo band” non un “solo project” perché il
concetto di progetto racchiude in sé il concetto di qualcosa che non è destinato
a durare a lungo.
Questa è una band, un vero gruppo che è sotto il mio nome. Questo è importante
da fissare perché con questo nome le persone sanno cosa aspettarsi. Se fossi
tornato con un nome nuovo e diverso per il gruppo le persone avrebbero avuto il
legittimo timore che, un giorno, il gruppo si sarebbe sciolto, dagli “Andrè
Matos” non posso essere diviso, perché sono Io. Tutti i componenti del gruppo
hanno tra di loro degli splendidi rapporti e c’è molta collaborazione; non ho
creato una band per essere il capo, ho voluto creare un gruppo per essere amico
dei miei musicisti e lavorare insieme; questo è sotto gli occhi di tutti perché
tutte le canzoni sono state scritte assieme. Ci tengo a dirlo perchè lo trovo
importante; non voglio essere visto come un dittatore che dice “fai questo,
suona quello e stai zitto!”, perché, onestamente il mio ego non ne ha bisogno.
Forse quando ero bambino e giocavo alla lotta con i miei amici volevo sempre
vincere, ed è ok, ma non ora. Adesso, per molti motivi, so cosa è realmente
importante nella mia vita musicale; importante è essere leali gli uni con gli
altri, rispettarsi reciprocamente e questi sono anche i motivi per cui,
probabilmente, molte band si sciolgono. È giusto stabilire dei rapporti che ne
tengano conto. Probabilmente, dato il nome della band, io sono quello che
risulta responsabile per il gruppo, se qualcosa va storto è una mia colpa.
Questo vuol dire anche che sono quello che dice l’ultima parola sulle cose, ma
non vuol dire essere il capo, vuol dire, semplicemente, che ho più
responsabilità e , ad essere onesti, era quello che capitava anche nei miei
gruppi precedenti. Ero sempre coinvolto in prima persona in tutte le attività
della band, dalla copertina frontale dell’album al mixaggio, alla registrazione,
alle interviste, quindi non sento molta differenza in termini di lavoro adesso
rispetto a prima; l’unica differenza è che ora, curiosamente, l’atmosfera
generale è migliore e il lavoro fluisce meglio perché non è solo un insieme di
persone che litiga per sostenere la sua opinione, ci si lavora davvero.
Hai in programma qualche live in Italia
prossimamente?
Il
problema dei live, si sa, è che in alcuni festival gli spazi sono prenotati con
molto anticipo. Il mio album è uscito adesso (25 Febbraio, NdR); se l’album
fosse uscito l’anno scorso, come l’edizione giapponese, probabilmente sì, sarei
riuscito a venire a breve… io spero di riuscirci comunque, forse qualche
possibilità esiste perché ci sono sempre alcuni spazi dell’ultimo minuto nei
festival. Nel caso non riuscissi a trovare posti disponibili sarò comunque in
Italia per il tour insieme ad Avantasia; poi cercherò di tornare dopo l’estate,
tra fine Agosto e Ottobre, con un tour che toccherà tutta l’Europa e
assolutamente suonerò anche in Italia. Il mio desiderio sarebbe quello di non
suonare solo a Milano, dove ho sempre suonato, ma anche in altre città perché,
ad esempio, le persone del sud non sempre hanno la possibilità di venire fino a
Milano… mi piacerebbe magari suonare a Roma, magari a Napoli.
Cosa ne pensi del nuovo album degli Shaman?
Devo
rispondere qualcosa? Onestamente preferisco non parlarne, non voglio influenzare
nessuno, ognuno deve pensare quello che preferisce.
Perché sei uscito dagli Shaman?
I
rapporti si erano guastati; di volta in volta si è cercato di risolvere i
problemi, abbiamo provato a parlare, a sanare i contrasti, ma diventava sempre
più difficile e ci siamo trovati nella situazione in cui dovevamo comporre per
il nuovo disco e non veniva fuori nessuna buona idea, non ci capivamo più, non
c’era la giusta partecipazione, erano due mondi separati. Quando succedono
queste cose, e io lo posso dire perché ci sono passato più di una volta, ci
vuole tempo per prendere una decisione, ma qualche volta è necessario optare per
la decisione drastica. Questo non credo valga solo per il gruppo o per la
musica, ma anche per la vita; nella vita professionale di ciascuno, a volte, ci
si trova in una situazione per cui non si riesce ad andare avanti con il proprio
collega o il proprio capo e un giorno ci si accorge che si deve mollare tutto o
si verrà schiacciati. A volte capita la stessa cosa anche nelle relazioni
personali; c’è un momento in cui bisogna dire “No”, dire “Questo non mi va”. Io
non voglio portare avanti situazioni in cui non mi riconosco più solo per
convenienza; sono noti gli esempi di molti gruppi (il maggiore credo siano i
Rolling Stones) dove i componenti non si parlano e non credo sia una cosa
particolarmente gradevole da vedere, anzi non lo è del tutto, somiglia tanto
all’opportunismo; sembra che lo facciano solo per il denaro o per non perdere il
loro status. Per come sono io questo modo di fare è sbagliato e non me ne posso
uscire con cose come “lo facciamo perché siamo professionisti, saliamo sul palco
e siamo professionali”, non ci credo, perché la musica non è come lavorare in
fabbrica. Se uno lavora in fabbrica, forse, e dico forse, lo potrebbe fare,
assembla le auto e anche se non gli va a genio il suo collega, si limita a non
guardarlo e continua ad assembrale l’auto e l’auto viene comunque fatta, magari
non così bene come avrebbe potuto ma funzionante; nella musica non si può, la
musica ha bisogno di emozioni, ha bisogno che queste emozioni vengano condivise
tra le persone e questo significa che si deve avere fiducia negli altri membri.
Se non si confida negli altri non gli si espongono le proprie emozioni: questo è
basilare ed è il motivo per cui le idee, poi, non vengono fuori. È triste ma c’è
un momento in cui prendere coscienza della situazione e in cui è necessario vi
sia una decisione forte. Non è bello per nessuno, non mi piace, è triste
accorgersi che i propri sogni relativi al gruppo sono distrutti e che stai per
rovinare il sogno anche a tante persone, ma io credo che le persone poi
capiscano, anche se solo quando ritorni in scena. Quando ritorni con un lavoro
come questo è la migliore spiegazione di quanto è accaduto. Mentre quando sei
coinvolto, non hai voglia di lasciare ma non hai neppure voglia di fare musica,
di portare avanti ciò che ti piace e non trovi la passione dentro a quello che
fai. Sono passato attraverso questa situazione più volte e non rimpiango nessuna
di queste scelte perchè ritengo che questo sia l’unico modo per progredire nella
mia ricerca musicale, diversamente starei ancora facendo le stesse cose di
qualche tempo fa e nello stesso modo.
Hai diversi diplomi di conservatorio, consideri
fondamentale lo studio della classica per fare musica?
No,
non credo sia necessario, lo era per me ma ognuno ha il proprio percorso, per me
è stato giusto così.
Riconosco quello che devo allo studio perché quando nasce un nuovo gruppo, i
componenti sono entusiasti e imparano un modo di lavorare che mi aiuta ancora
oggi e mi aiuterà a lungo. Però ci sono persone che sono autodidatte e sono
ugualmente brave in quello che fanno; se parliamo nello specifico del metal, io
credo che molti musicisti non abbiano alcun tipo di Laurea ma sono comunque dei
grandi musicisti. Dipende da ciascuno, per me è stato molto importante
all’inizio, quando ero ancora un ragazzino e ho deciso che volevo fare il
musicista. A quel tempo mi sono ripromesso che “se volevo essere un musicista
allora sarei stato un musicista, uno vero” e, per me, “uno vero” significava
musica classica. Nei miei pensieri la musica classica era come la madre di tutti
gli stili, volevo impararla e, anche se sapevo che, probabilmente, non avrei mai
lavorato con essa, speravo che un giorno avrei potuto perché la amavo. La musica
classica mi aiuta moltissimo in quello che creo e ha fatto la differenza nella
mia vita. Credo sia dovere di ciascuno pensare cosa sia meglio per sé, io posso
solo suggerire il mio percorso perché per me è stato decisamente positivo e
credo possa aiutare tutti coloro che fanno musica. Quindi, diciamo che consiglio
vivamente lo studio della musica classica ma non ritengo che sia necessaria.
L’album è stato prodotto da Sascha Paeth e Roy Z,
come mai questa duplice scelta?
È
stata una bella coincidenza. Per l’album era stata pensata la sola produzione di
Sascha ma, in quel periodo, non poteva dedicarci il tempo necessario a causa dei
molteplici impegni e quindi mi disse che lui poteva finire la produzione, ma che
avrei dovuto trovare qualcun altro per iniziarla. Io ero già in contatto con Roy
perché avevamo suonato insieme e abbiamo pensato di collaborare. È stata una
fortuna aver avuto entrambi al lavoro su questa registrazione perché hanno
differenti stili di produzione. Roy è più intuitivo, molto cordiale, ha una
mentalità latina e sangue messicano, è molto bravo nel trovare nuove strade per
la registrazione in studio, per renderla più emozionante ed è anche molto bravo
con i suoni, il suo sound risulta molto potente. Quindi abbiamo iniziato con lui
e poi abbiamo portato quanto fatto in Germania e lì è stata aggiunto un altro
notevole contributo perché Sascha è un vero perfezionista, ha una mente tedesca,
niente gli sfugge ed è stato in grado di accomodare tutto quello prodotto da Roy
in un formato adatto alla registrazione. Insieme hanno creato veramente un buon
equilibrio, perché, da un lato, si ha la potenza e, dall’altro, i dettagli e le
atmosfere e sono completamente in armonia. Sono stato molto fortunato ad avere,
probabilmente, il miglior produttore americano e il miglior produttore europeo,
insieme, per la prima volta.
Andrè parla con sentimento e partecipazione,
risponde a tutte le domande, andrebbe avanti ancora... ma è tardi e, prima che
ci chiudano tutti dentro le Messaggerie Musicali, veniamo richiamati a lasciarlo
andare a riposare; non prima di aver salutato tutti uno, per uno, aver scattato
foto, firmato cartoline, posato per le riviste e scambiato ancora qualche
battuta. È stanchissimo e si vede, e mi chiedo come riesca a non spazientirsi,
ma forse è talmente ispirato che non la sente, sorride, esce dal negozio assieme
a noi, con il suo trolley in mano, sono le 21.00 e dalla mattina in aereo non ha
ancora avuto un attimo di tregua… ma sulla scala mobile, mentre saliamo, riesce
a rispondere ancora alle ultime precisazioni di qualcuno: niente che dire, la
classe non è per tutti, ma Andrè Matos ne ha da vendere.