Quanti
di voi, da bambini, hanno dovuto sorbirsi la classica domanda “cosa farai da
grande” ?
Le
risposte erano molteplici: benzinaio, pompiere, astronauta, supereroe,
massaggiatore di modelle ninfomani (proprio quella che davo sempre io, pensa!
NdStefano)… ma se oggi dovessi dare una risposta a questa domanda, direi
certamente “Richie Kotzen”. Il musicista statunitense infatti, oltre ad essere
un chitarrista preparatissimo, è pure un ottimo cantante e, per la gioia del
gentil sesso, un gran bel ragazzo.
Dopo un
buonissimo album come “Return Of Mother Head’ s Family Reunion”, ero curioso di
vederlo in azione on stage e la data al People Of Art me ne ha data l’occasione.
Ad aprire per Kotzen ci sono i Mister No, gruppo di cui avevo già sentito
parlare più che bene; il quartetto milanese, omonimo dell’antieroe bonelliano,
sfodera una grintosa prova live, attraverso una pletora di cover di classici
hard & heavy.
Tra
“Burn” e “Cowboy From Hell”, passando per “Still Of The Night”, “Mr. Crowley ” e
“Hallowed Be Thy Name”, la band si destreggia perfettamente dietro gli
strumenti, in special modo i due chitarristi, Fabri (anche cantante) e Aurelio;
il pubblico approva e il gruppo è soddisfatto. Cambio di palco e Richie Kotzen
fa la sua comparsa di fronte ad una platea non di certo esigua, grazie
probabilmente anche ai trascorsi del chitarrista con Poison e Mr. Big. Il trio,
composto oltre che dal leader, anche dall’ iper tatuato bassista Johnny Griparic
(già con la band di Slash) e da Pat Torpey (compagno di Kotzen nei Mr. Big), è
una macchina da guerra, in grado di offrire al pubblico modenese una prestazione
di altissima classe. Dal nuovo album vengono proposti tre pezzi, tra cui spicca,
in apertura, “Go Faster”, eccellente hard-blues che in molti già conoscono a
memoria: il resto della scaletta è composto da canzoni estrapolate dalla
discografia di Kotzen, ma anche da “Shapes Of Things” degli Yarbirds e da
un’attesissima “Stand”, tratta da Native Tongue dei Poison, posta in chiusura
dello show. Torpey, nonostante l’apparente semplicità nell’accompagnare i brani,
mostra ogni tanto qualche virtuosismo inaspettato, giusto per ricordarci le sue
capacità dietro le pelli, mentre il bassista rappresenta un valido supporto
ritmico e scenico, viste le pazzoidi espressioni mostrate durante l’esibizione.
Per quanto riguarda Kotzen, inutile sprecare parole nell’elogiarlo come
chitarrista: tecnica sopraffina, gusto eccelso e una pulizia esecutiva che ha
dell’incredibile; come se non bastasse il ragazzo è in possesso di una voce
calda e passionale che in più momenti ricorda quella di Glenn “The Voice” Hughes.
Più criticabile, invece, il rapporto quasi inesistente che il leader del trio
intrattiene col pubblico: tra un pezzo e l’altro abbozza solo qualche timido
sorriso, mostrando poco entusiasmo per quello che sta suonando. Secondo alcune
voci sembra però che Kotzen avesse qualche linea di febbre, per cui possiamo
perdonare la sua scarsa affabilità nei confronti dei convenuti. Si è comunque
trattato di un ottimo show e di un’ ulteriore conferma per un musicista tra i
migliori della sua generazione.