Con alle spalle collaborazioni importanti con gente come Graham Bonnet, Chuck Wright e Cherie Curie, Alex Garoufalidis si toglie finalmente la soddisfazione
di debuttare con un progetto tutto suo. Affiancato dalla bassista Martina Simon, dal batterista Asik Bergemann e dal tastierista Hendrik Sapadi, Alex registra
queste dieci tracce di discreto hard rock influenzato da gruppi come Thin Lizzy, Led Zeppelin e Gary Moore. Pur non raggiungendo mai i propri idoli,
Garoufalidis riesce a non annoiare l'ascoltatore, proponendo un lotto di canzoni di facile ascolto, a cui vengono un po' tarpate le ali dalla prova non certo brillante dello stesso dietro il microfono e dalla mancanza di incisività dei suoni. "Shaking" apre l'album ispirandosi alle sonorità di band come i Whitesnake del periodo iniziale; al Gino Vannelli di "White Horses" ci riporta invece la seguente "Caught In A Lie". Molto più sbarazzina ed orecchiabile è "Never Be Alone", vicina allo stile di Stan Bush, Stan Meissner e Jeff Paris; quasi party rock invece per "Crying Shame", a cui una maggiore iniezione di energia non avrebbe certo fatto male. "All You Can Do" ha il potenziale per volare in alto, mentre la seguente "Crank Me Up", in cui si trovano tracce dei Police, risulta un po' noiosetta, soprattutto nel ritornello troppo monotono. Meglio passare a "Shining", canzone dal tipico sapore ottantiano che farà felici i fan di Paul Sabu. "Rock & Roll Star" non coinvolge granché quindi tanto vale saltare alla successiva "Destiny": è proprio in questo brano che le influenze di Moore si fanno sentire maggiormente. Il pezzo è una sentita e toccante
ballata introdotta da un lungo e calibrato assolo di Garoufalidis. La spensierata "To The Limit" chiude un lavoro discreto, che avrebbe potuto
meritare un voto complessivo più alto se solo ci si fosse affidati ad una voce più incisiva ed ad una produzione un po' più graffiante.