Ricordo
bene quando nel 2006 parlai a Klaus Byron della Chavis Records e di uno dei loro
punti di forza: gli Hydrogyn. Da lì al contatto con il gruppo, la recensione e
la copertina della rivista (Flash), il passo fu breve. Un anno e mezzo più tardi
vengo a sapere che il tour europeo passa anche per l’Italia. Non potevo, quindi,
farmi sfuggire l’opportunità di saggiare di persona le doti del combo a stelle e
strisce, perlopiù considerando che la data di Verona mi permetteva di arrivare
al locale in poco più di un’ora di strada (sotto la diluvio universale). Ad
accogliermi trovo i disponibilissimi Alvise di Secondo Avvento Produzioni ed
Emiliano di Bologna Rock City, organizzatori della serata (a cui vanno i miei
più grossi ringraziamenti per la disponibilità e professionalità dimostrate),
nonché i S.E.X. Department al completo, con cui scambio quattro chiacchiere
riguardo le difficoltà ad ingranare in un ambiente come quello italiano, spesso
ostile nei confronti dei gruppi di casa. Alle 23,10 il trio veneziano sale
on-stage, l’accoglienza del pubblico si dimostra, manco a dirlo, un po’ freddina:
molta gente preferisce restare fuori a chiacchierare/fumare la sigaretta di
rito. Peccato, perché Kelly “Trash” Mendess e compagni (Dr. Chantal Holidays al
basso e il nuovo innesto Boby "Bang" Beukers dietro alle pelli) sul palco non si
risparmiano: uno ad uno vengono sciorinati i migliori brani del secondo
full-length appena uscito su Perris Records, anche se l’apertura è riservata
alla vecchia hit “No Way To Pussycat”, estratta da Night Club 666, pubblicato a
nome Hollywood Vampires. Forse un po’ statici, ma del resto sono in tre e il
cantante si deve destreggiare anche alla chitarra (la sensazione è che una
seconda ascia potrebbe dare un bel contributo dal vivo), quindi muovere critiche
in questo senso è del tutto superfluo, anche perché i ragazzi eseguono al meglio
ottime song come “Revenge Of Vampires”, “Rock’N’Roll”, “One Way Ticket To Rock”
e il tormentone “Call Me Baby Call Me”, finito anche sulla compilation Hollywood
Hairspray Volume 7. Resto dell’idea che “Sir Yes Sir” sia il pezzo più tosto
dell’ultimo disco e pure live spicca e trasmette quella sensazione di rabbia e
violenza che potrebbe essere il punto di partenza per il prossimo lavoro, anche
per staccarsi un po’ dai clichè marcatamente 80iani di cui la loro proposta
abbonda. Congedati i bravi glamster veneti, e messi da parte rossetti, hairspray
e make-up vari, un rapido cambio palco ed è già il turno degli headliner, che
alle 00.10, dopo una breve intro (“Rejection”), entrano in scena sulle note di “Blind”.
Bastano pochi secondi per spazzare via ogni dubbio: troppa gente parla per dare
aria alla bocca e chi in passato ha criticato la band, tacciandola di essere
costruita a tavolino e promossa soltanto per via delle grazie della cantante,
dovrebbe sotterrarsi sotto a 10 metri di terra. Gli Hydrogyn sono una macchina
da guerra, Jeff Westlake un macinatore di riff e assoli capace senza troppe
difficoltà di ovviare alla forzata assenza dell’altro axeman Jeff Boggs, tenendo
il palco con classe e una grossa attitudine, ben sostenuto da una sezione
ritmica devastante (Chris Sammons, basso, Josh Kitchen, batteria). Julie è una
cantante di razza e la sua prova superba, alla faccia di chi non riesce a
concepire il fatto che una così bella fanciulla possa anche fare impallidire
colleghi più illustri ogniqualvolta apra bocca. Potente, pulita e calda, la voce
della bella singer americana accompagna a dovere le melodie intrecciate dalla
chitarra di Jeff, smorzando in qualche maniera una ruvidezza di fondo che
trasforma pezzi come “Whisper”, “Look Away S.P.” e “Book Of Names” in vere e
proprie mazzate sulle gengive! Ovviamente la maggior parte della setlist è
incentrata sui brani di Bombshell, ma Julie ricorda che “Sand”, oltre ad essere
una delle sue canzoni preferite assieme alla più lenta “Confession”, è una delle
primissime composizioni scritte dal gruppo ed ha fatto parte anche del debut
Best Served With Volume. Mentre la band suona, sul maxi-schermo passano le
immagini del concerto del dvd Strip ‘em Blind Live at Godiva’s, tenuto in un
vero nightclub fra pali da lap dance e ballerine semi-nude! Fra pezzi nuovi (“Over
You”, “Silent Animation”, “Seriquel”),
che andranno a comporre il prossimo lavoro che il quartetto registrerà dopo la
parentesi europea del “Sex & Sin World Tour”, e meno nuovi (“Big
Star”, “Breaking Me Down”), trovano spazio anche l’intermezzo strumentale
“Ura-Kia Scream” e alcune cover. È d’obbligo menzionare “Stillborn” dei Black
Label Society, l’inattesa “You Oughta Know” di Alanis Morrisette (davvero
stupenda riletta in chiave metal) e la conclusiva “Rainbow In The Dark” dei Dio,
che richiama sotto al palco l’immancabile combriccola di metallari dell’ultim’ora
e mette la parola fine a uno show emozionante, coinvolgente e ben riuscito sotto
a tutti i punti di vista. Dopo un po’ di chiacchiere e le foto con i
disponibilissimi membri degli Hydrogyn, arriva il momento di congedarsi e fare
ritorno a casa sotto ad un altro diluvio: anche questa è andata!