Ricevere il debut album degli Hungryheart è stata una bella sorpresa, perché
alcuni anni fa avevo conosciuto il cantante Josh ad un concerto dei Quireboys e
mi aveva parlato della sua band e dell’imminente firma con una nota etichetta
italiana, incuriosendomi parecchio. Le cose evidentemente non sono andate come
previsto, dato che il disco esce a distanza di qualche tempo per una piccola
label, ad ogni modo l’ importante è che il progetto si sia concretizzato. Un
booklet scarno e privo dei testi costringe a lasciare immediatamente spazio alla
musica: il sound del quartetto di Lodi è catalogabile come melodic hard rock di
stampo 80s. Da subito a mettersi in luce è la convincente voce di Josh Zighetti,
un mix molto ben riuscito fra Bryan Adams, Paul Laine e Jeff Keith che forse
paga una pronuncia un po’ dura, ma che senza ombra di dubbio si rivela l’arma in
più di questa band. Stilisticamente, come detto, è l’hard 80iano la maggiore
fonte di ispirazione: Bon Jovi, ma anche Europe (periodo Kee Marcello), spesso
riportati alla mente da qualche ritornello, atmosfera o parte strumentale, basti
pensare ad un passaggio di “Innocent Tears”, vagamente simile all’assolo di “Let
The Good Times Rock”. La sensazione di déjà vu è costante e alcune volte sembra
davvero che il gruppo non faccia molti sforzi per mascherare le proprie
influenze: provate ad ascoltare il refrain di “River Of Soul” e noterete una
pericolosa somiglianza con quello di “River Of Love” dei Lynch Mob (“I’m going
down down down to the river of soul” per gli Hungryheart, “I’m going down down
down to the river of love” per Lynche & Co.)… Detto questo, al combo tricolore
bisogna riconoscere un certo talento, i pezzi degni di nota non mancano (“Rock
City”, “The Only One”, “Breath Away”, “It Takes Two”), anche se per il futuro
sarebbe auspicabile un briciolo di personalità in più per quanto riguarda il
songwriting. Da segnalare anche una cover di “Gina” di Michael Bolton. Un buon
debutto, con il prossimo disco potrebbero stupire.