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Introduzione e Speciale di Mario Grasso Con grande emozione sono lieto di presentarvi questa speciale rubrica di Roxx Zone, il cui scopo è farvi approfondire la conoscenza di quei gruppi cosiddetti minori, che magari hanno avuto vita breve (3 o 4 lavori al massimo), ma che si sono ritagliati ugualmente uno spazio nella storia del nostro genere preferito. Non aspettatevi quindi che io vi parli di Aerosmith, Mötley Crüe, Bon Jovi o Def Leppard, di cui già si conosce praticamente tutto. Parleremo invece di band particolarmente interessanti come Vinnie Vincent Invasion, Steelheart, Bad English e Hurricane. Non mi ritengo un conoscitore assoluto né ambisco ad esserlo ma con l’aiuto della redazione spero di riuscire a centrare l’obiettivo. Non resta quindi che augurarci buona fortuna e che Dio (Ronnie James, ovviamente) ce la mandi buona. Grazie.
I primi a passare sotto la nostra lente di ingrandimento sono gli House Of Lords, band che ha marchiato a fuoco gli ultimi anni del periodo d’oro del rock melodico e che rappresenta, per quell’arco di tempo (1988/1992), il top assoluto insieme a Giant e Bad English. Il gruppo non nasce dal nulla: costituisce la continuazione artistica dei Giuffria, band che l’omonimo tastierista aveva messo in piedi verso la metà degli eighties, dopo la fine degli storici Angel. I Giuffria si caratterizzavano per un aor tastieristico incentrato sulla splendida voce di David Glenn Eisley, ma la necessità di virare verso un sound più metallico e chitarristico diede vita appunto agli HOL. Grazie all’appoggio di Gene Simmons (Kiss) e della sua neonata etichetta, Gregg Giuffria mette su una line-up di tutto rispetto comprendente Lanny Cordola alla chitarra, Chuck Wright al basso, Ken Mary alla batteria e James Christian alla voce. Il primo omonimo album vede la luce nel 1988. Si parte con “Pleasure Palace”, hard rock regale e maestoso ottimamente guidato da un ispirato Christian, per continuare con “I Wanna Be Loved”, pezzo più guitar-oriented dal bel ritornello corale. “Lookin’ For Strange” è un hard boogie all’apparenza semplice, ma che lascia trasparire una coesione ed una maturità fuori dal comune, con quel break centrale che sa tanto di Led Zeppelin assolutamente geniale. La bellissima ballad “Love Don’t Lie”, scritta per l’occasione da Stan Bush, e il melodic rock sfumato dell’aor più muscoloso di “Under Blue Sky” rappresentano altri due punti a favore del disco. I dati di vendita si attestano su buonissimi livelli (nonostante la scarsa promozione live dovuta ai molteplici impegni dei singoli membri) tanto da permettere al gruppo di lavorare serenamente al secondo album. Sahara esce sul mercato nel 1990; le tastiere sono meno presenti e il sound risulta quindi ancora più duro. Si registra anche un avvicendamento nella line-up: non c’è più Lanny Cordola, sostituito da Michael Guy (pare però che le parti di chitarra siano state registrate da vari session men tra i quali Chris Impellitteri e Doug Aldrich). “Shoot” è un ennesimo omaggio a Kashmir, in cui Christian fa il verso a Plant e la band costruisce un pezzo dallo spessore unico. Della stessa pasta è “Chains Of Love”, solo più diretta, mentre “Can’t Find My Way Home” è la cover del famoso successo di Steve Winwood, anche se poco riuscita. “Heart On The Line” è veloce e spumeggiante, “Laydown Staydown” è un arena rock fantastico ed altamente coinvolgente e il gruppo si rifà a pieno anche sulla seconda ballad “Remember My Name”. L’album conquista il disco di platino anche se la Simmons Rec. fallisce poco dopo la pubblicazione, lasciando la band ai suoi problemi. Dopo le defezioni di Wright, Guy e Mary, della precedente formazione rimangono i soli Giuffria e Christian; nonostante ciò nel 1992, un po’ a sorpresa, esce Demons Down su etichetta Victory, sussidiaria della Polygram. Con la nuova line-up, comprendente il grande Tommy Aldridge alla batteria, Sean McNabb al basso e lo sconosciuto Chick alla chitarra, il gruppo sforna un album il cui sound si pone come perfetto crocevia tra i primi due lavori. L’iniziale terzetto di canzoni è da urlo: l’apertura è affidata all’elegante e pregevole aor di “O’Father”, si prosegue con la stupenda “Demon’s Down” introdotta da un arpeggio acustico stile western che sfocia in un emozionante break centrale, e si finisce con la meravigliosa ballad “What’s Forever For”. Si continua sempre su ottimi livelli con “Talkin’ Bout Love”, “Down, Down, Down” e l’incredibile ballad “Inside You”. Le vendite, in un mercato che già avvertiva le prime scosse di grunge, sono però scarse e il gruppo è costretto a sciogliersi. L’ondata delle reunion di qualche anno fa non ha risparmiato nemmeno gli HOL, che si sono rimessi in gioco senza però il loro fulcro Gregg Giuffria. Questa più recente incarnazione della band ha prodotto finora due mediocri album ed un live. Ma questo è un altro discorso, quello che conta veramente sono queste tre gemme consegnate agli annali della musica rock.
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