Report
e foto di Paolo
Iori (Crashdïet) e Stefano Gottardi (Hardcore Superstar)
Pegognaga – Verona Sud, 70 chilometri, 35 minuti. Verona Sud – Lucille, 5
chilometri, 40 minuti: si dice che chi ben comincia è a metà dell’opera… Alle
21.30 un nutrito gruppo di rocker infreddoliti e piuttosto impazienti, attende
già l’apertura del Lucile. Rapida sbirciata in giro ed è ora: calano le luci,
chiaro segno che il quartetto di Stoccolma è in procinto di aprire le danze.
Intro come di consuetudine, velocissima sistemazione degli strumenti ed “In The
Raw” investe i numerosi presenti sotto il palco. Il pubblico partecipa e la band
dà l’impressione di divertirsi. Al grido di “are you ready to riot?” Sweet e
soci attaccano “Riot In Everyone” dal debut Rest In Sleaze, ed è adrenalina
pura. Segue “I Don’t Care”, potente, aggressiva ed eseguita perfettamente.
Olliver Twisted, nuovo singer, si dimostra frontman carismatico e talentuoso,
Martin esegue con precisione assoli e riff e la sezione ritmica supporta il
tutto senza sbavature. È il turno di “Like A Sin”, veloce e perfetta; ottimi i
cori, sebbene le tonalità da “prendere” siano piuttosto alte. Dopo un breve
preambolo con protagonisti Romeo e Giulietta (del resto siamo a Verona…) ed i
miracoli dell’amore, parte “It’s A Miracle”, un po’ lenta rispetto alla versione
su disco, ma comunque emozionante. Riesco a dare un’occhiata alla scaletta e mi
accorgo che per mancanza di tempo viene tagliata “Falling Rain”. Quando Twisted
annucia l’ultimo pezzo, “Breakin’ The Chainz”, parte l’ovazione ed i cori
risultano quasi epici; i ‘Dïet
chiudono così la loro prima calata in terra italica, tra gli applausi e gli
abbracci del numeroso pubblico accorso in quel di Verona.
(Paolo Iori)
A
circa mezzora dalla fine del set dei Crashdïet, dopo una breve intro
d’atmosfera, Jocke, Silver, Martin e Adde salgono sul palco sulle note di “Need
No Company”, opener del recensissimo e acclamato Dreamin’ In A Casket.
L’accoglienza del pubblico (sulle 550 unità circa) è più che calorosa, a
testimonianza che ormai la band svedese ha definitivamente conquistato i rocker
del Belpaese. Da subito, la sensazione è che quello di stasera sarà uno show
carico d’energia e violenza: Silver, con un cappello sicuramente riciclato come
regalo di Natale da Andy Mc Coy, macina riff e assoli con una precisione mai
vista, segno che evidentemente in questi anni si è allenato parecchio con la sua
sei corde. Jocke è in grandissima serata e sfodera una prestazione da brivido:
non sbaglia un colpo, la sua caratteristica voce grezza e pungente è più
affilata della lama di un rasoio e, inoltre, si dimena come un pazzo per tutta
l’esibizione. Un frontman navigato, che sa tenere in pugno la folla interagendo
a dovere con i fan accorsi al Lucile. Ottima la sezione ritmica, con un
batterista fra i migliori sulla piazza: scrupoloso e potente, Adde ha un tiro
micidiale e il suo contributo alla stupefacente resa live dei pezzi è
fondamentale. La scaletta è, ahimé, incentrata esclusivamente sugli ultimi due
lavori da studio: canzoni come “Medicate Me”, “Silence For The Peacefully”,
“Wild Boys”, “My Good Reputation” e “Last Forever” senza dubbio rendono davvero
tanto, ma sentire un brano a caso fra “Liberation”, “Have
You Been Around” o “Shame ”
non avrebbe di certo fatto schifo a nessuno. Jocke domanda alla gente se
apprezza la birra, e alla risposta positiva del pubblico spiega che, quando si
esagera con l’alcool, la mattina dopo appena svegli di solito si dice al partner
“Sorry For The Shape I’m In”! Curioso notare come - qualche minuto più tardi -
lo stesso singer svedese disseterà i ragazzi della prima fila con una
bottiglietta d’acqua (ma non si faceva con il Jack Daniel’s una volta?)! Su
“Hateful” mi ritrovo a fianco Eric Young (no, non quello della TNA!) e Martin
Sweet, e poco dopo anche Peter London fa una capatina in mezzo ai fan per
filmare il suo batterista, special guest di “Bag On Your Head”, che chiude i
giochi. La folla ovviamente richiama a gran voce la band, che in pochi istanti è
di nuovo on stage: “Kick On The Upper Class” è il primo bis, e l’annuncio di
Jocke manda tutti in visibilio! Per la successiva canzone viene invitato Olliver
Twisted a salire sul palco: il pezzo scelto è una vecchia composizione dei Van
Halen, “Somebody
Get Me A Doctor”;
congedato il biondissimo singer finnico tocca alla hit “We Don’t Celebrate
Sundays”, forse uno dei brani più amati del quartetto scandinavo, chiudere in
bellezza un concerto memorabile. Gli Hardcore Superstar sono un gruppo vero, una
live band capace di soddisfare indistintamente tutti gli spettatori e di fare la
felicità delle fan quando è il momento di firmare gli autografi e fare le foto
di rito, operazione a cui non si sottraggono nemmeno i Crashdïet, perlomeno una
volta sbrigati gli, ahem, affari di backstage. Mamma, la prossima volta fammi
più figo. E possibilmente svedese.
(Stefano Gottardi)