HARDCORE SUPERSTAR
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Dreamin' In A Casket
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2007
(Gain/Audioglobe)
“Aiuto! Ci attaccano!”
“No signore, è la batteria di Adde, è appena uscito l’ultimo
album degli Hardcore Superstar!”
Una delle particolarità degli Hardcore Superstar è sicuramente
quella che ad ogni disco che hanno fatto sono sempre riusciti a far incazzare un
numero smisurato di fan da una parte, e a conquistare un altrettanto numero
smisurato di ascoltatori dall’altra. Una band che, seppur arrivata a grandi
livelli, rimane ancora in quella gabbia chiamata più comunemente “nicchia”. Il
perché è facile da individuare: ogni album di questi svedesi suona in modo
completamente diverso dal precedente, per suoni, arrangiamenti e genere (pur
mantenendo quest’ultimo in ambito rock’n’roll). Basti pensare all’abisso che
passa fra No Regrets e Hardcore Superstar. Così, una volta ascoltato l’omonimo e
appresa la notizia di un nuovo disco in arrivo, la domanda che veniva spontanea,
date le sonorità spintissime del quarto album (in contrasto col sound più grezzo
dei primi tre lavori) era: “e adesso?”. Jocke e soci si devono essere
evidentemente trovati innanzi ad un bel dilemma (consci o meno): proseguire col
sound à la
Dr.Feelgood oppure reinventare gli HCSS e stupire ancora una volta tutti?
Personalmente pensavo che, se la scelta fosse caduta sulla prima opzione, avrei
avuto da storcere un po’ il naso, così come altre centinaia di persone. E questo
per il semplice e vago motivo che, quando un gruppo abituato a tirar fuori del
rock’n’roll da chitarre aspramente distorte da un Overdrive a go-go scopre i
piaceri del gran mixer, c’è il rischio che si perda un po’ quello spirito e
quella ricerca che per anni, nel nostro caso, hanno caratterizzato il percorso
del quartetto. Volendo fare un esempio, Hardcore Superstar in questo frangente
era un disco-bomba, perfetto incontro fra chi si spacca il culo per fare dei
gran pezzi e l’aiuto in un secondo momento da parte di un mastering spinto a
mille. Passi pure il notevole appesantimento dei riff, degli attacchi
allaSlayer,
che discutibili o meno fanno comunque parte dello sviluppo di una band, in
questo disco quel che funziona poco sono proprio i pezzi. Più lo ascolto, più ho
l’impressione che queste 12 composizioni rimangano in piedi più per una
questione di suoni, che per la canzone in sé. Non facciamo però assolutismi,
ovvio, “Medicate Me” è un bel pezzo, “Dreamin’ In a Casket” è più
che degna di essere la title-track , “Silence For The Peacefully” rende
un sacco e lo stesso discorso vale, per esempio, per “Lesson In Violence”
(gran bel cantato in questo brano), ma la presenza di buone song in un disco
degli HCSS è da darsi praticamente per scontata. È quello che c’è intorno che
appare decisamente monotono: forse in questo disco gli Hardcore Superstar
suonano “troppo Hardcore Superstar” se mi si concede il gioco di parole, e a
questo loro non ci avevano affatto abituati. Per quanto ogni singola canzone
sfoci in un ritornello-mignotta come solo loro sanno scriverli, c’è il rischio
che questo piccolo grande pregio, si trasformi in un piccolo grande difetto, se
il ritornello ti si pianta in testa, ma tutto sommato sa di già sentito (e
neanche da altre parti… a parte da qualche album del gruppo stesso!) e non fa
venire nemmeno troppa voglia di riascoltarlo. In questo caso “Dreamin’ In a
Casket” si presenta, ad esempio, decisamente bene, con un bel refrain
melodico che ci ricorda un po’ gli HCSS degli esordi, ma senza eccedere. Sempre
ottimo Jocke dietro al microfono, nulla da dire se non che siamo fortunati a
poter godere di una voce del genere; bravo Silver che sta imparando a far degli
assoli convincenti, un po’ meno perché anche se certi accordi con il giusto
mastering suonano che è una favola, a usare sempre quelli ci si complica un po’
la vita, e soprattutto la si complica anche a chi, come me, adora maledettamente
questa band. Ultimo piccolo appunto: dite ad Adde che il trigger non esiste, che
se lo è sognato e fategli seguire un corso mirato di riabilitazione! Si sa mai
che la prossima volta si riescano a tirare un po’ giù quella gran cassa e quei
tom: le rullate sembrano delle fucilate nelle orecchie, e per quanto sia una
cosa incredibilmente tosta da sentire, 12 canzoni con quei suoni (e con quei
tempi, per rimanere in discorso “monotonia”…) dopo un po’ sfiancano. Insomma,
che dire,“erano meglio gli altri quattro” ? Sarebbe giusto al 50% , in quanto,
chiudendo con un paradossone, contraddittorio per il sottoscritto… questo
disco è bello, ma non mi piace.