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L’ottavo capitolo della storia della hard rock band svizzera Gotthard, Lipservice, è stato uno dei più grossi successi della loro carriera, andando ad incrementare di parecchio il numero di dischi venduti sino a quel momento (2 milioni) e contribuendo ad aumentare a dismisura la popolarità del gruppo. Forse l’hype creatosi attorno a quella release è stato superiore al reale valore di un album che, pur dando un deciso colpo di coda ad una discografia negli ultimi tempi alquanto piatta (vedi Homerun, Human Zoo, etc.), era comunque parecchio inferiore ai primissimi lavori della band risalenti agli albori degli anni ’90. Ad ogni modo si trattava di un buon album di hard rock, a tratti moderno, che ha riportato i Gotthard sulla retta via. Domino Effect ne è l’ideale prosecuzione: 14 brani di roccioso hard rock zeppi di melodie orecchiabili e ballatone da brivido, con una produzione strepitosa che riesce a conferire a ogni canzone quell’aspetto decisamente in-your-face che tanto ci piace. Quando parte “Master Of Illusion”, le chitarre roventi di Leo Leoni e Freddy Shrerer sciolgono, come farebbero delle lame incandescenti con del burro, qualsiasi dubbio: qui si rocka pesante! Steve Lee sfodera una prestazione memorabile e canzoni come “Gone Too Far”, “Falling" e "The Call", melodiche e mai banali, convincono su tutta la linea. Sul podio anche l’elettronica e sperimentale “Come Alive”, il mid tempo “Domino Effect” e la catchy “The Oscar Goes To...” e le malinconiche ballad "Letter To A Friend", "Where Is Love When It's Gone" e "Tomorrow's Just Begun". Qualche filler e la consapevolezza che di capolavoro non si può parlare, giustificano il giudizio finale: ci troviamo comunque di fronte ad un lavoro consigliabilissimo.
Voto:
Fabio Antonetto
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