Negli
ultimi anni Glenn Hughes sta vivendo una seconda giovinezza, basti ricordare il
progetto HTP con Joe Lynn Turner, quello con Tony Iommi e poi Voodoo Hill,
Phenomena, Aina, Moonstone Project... e potremmo dilungarci per diverse righe,
ma il cantante/bassista il meglio lo dà coi suoi capitoli solisti. Dopo due
ottimi album come Soul Mover e Music For The Divine, era veramente difficile
superarsi, invece “The Voice Of Rock” ce l’ha fatta. Superbo. Su, forza, entrate
nella prima cucina nucleare sotterranea, dove lo chef Hughes ha appena
sperimentato una ricetta delle sue: tanto rock e un pizzico di funky… ma…
accidenti… di funky gliene è sfuggito un po’ troppo! Rimpiangete i primi Red Hot
Chili Peppers o la fantastica meteora Limbomaniacs? Siete inguaribili
rockettari, ma adorate Sly & The Family Stone e Stevie Wonder? Questo F.U.N.K. è
il vostro disco! Riconfermato il batterista Chad Smith (R.H.C.P.) e assoldati
Luis Maldonado alle chitarre ed i tastieristi Anders Olinder ed Ed Roth, Glenn
sforna un album di una bellezza indescrivibile. L’opener “Crave” è il pezzo che
Flea e soci non riescono più a scrivere da anni e la title track è funky al 101%
(e non poteva essere altrimenti!), tanto che verrete sommersi da quintali di
groove e vi ritroverete a saltellare per casa mimando Jason Kay! La dolce
“Satellite” è una soul ballad di rara bellezza, ma il botto definitivo
sopraggiunge con la successiva “Love Communion”, una superlativa song acid-jazz
con tanto di sezione fiati, Fender Rhodes in evidenza e un fantastico assolo
hard di chitarra! Il trascinante funky rock di “We Shall Be Free” fa da
anticamera ad un’altra suadente ballad come “Imperfection”, dai piacevolissimi
echi “wonderiani”, in cui Hughes mostra tutta la sua incredibile
duttilità vocale. Il ritmo torna a farsi incalzante con l’energica “Never Say
Never”, pezzo che ricorda non poco i Living Colour, mentre l’anima più puramente
funky del cantante esce di nuovo con “We Go To War”, song durante la quale è
praticamente impossibile stare fermi! E il rock? Eccolo che ricompare col
muscoloso riff di “Oil And Water”, funky hard rock ai massimi livelli, in cui il
bravo J.J. Marsh si sostituisce al chitarrista Luis Maldonado con risultati
sorprendenti! Troviamo Marsh pure in “Too Late To Save The World”, eccellente
brano dall’efficace refrain, mentre al raffinato soul di “Where There’s A Will”
spetta il compito di chiudere in bellezza quest’ambrosia uditiva. Acquisto
obbligato per tutti (nessuno escluso!) e sicuramente uno degli album dell’anno!