Report di Luca Driol,
foto di Anna Minguzzi e Giorgio Uccellini (Sebastian Bach)
Alla kermesse estiva nostrana, quest’anno i nomi non
mancavano di certo: dai redivivi Cynic (mai venuti
dalle nostre parti!) ai Fates Warning (latitanti da
un bel po’di tempo), passando per band di tutto
rispetto come Virgin Steele, Nevermore, Kamelot e
Sodom e arrivando sino ad un’icona del rock come
Sebastian Bach, per i più distratti già voce degli
Skid Row.
Giungo
all’ippodromo fiorentino in tempo per assistere all’ultimo brano dei nostrani
Kingcrow, un pezzo di metal classico e piuttosto tecnico; dopo di loro è la
volta di tre simpatici gruppi di ferale death-metal.
Ad aprire il
malvagio trittico sono i romani Gory Blister, ormai sulle scene da
diversi anni e autori di sonorità vicine a quanto proposto in passato dagli
storici Death: purtroppo i suoni impastati e la prova non entusiasmante del
nuovo cantante non consentono alla band di colpire più di tanto, anche se
supportata da una discreta cerchia di affezionati, che, durante la cover di
“1000 Eyes” dei Death, si allarga coinvolgendo anche gli altri presenti.
Le cose
cambiano decisamente con il gruppo successivo, i polacchi Behemoth,
autori, con la loro letale miscela di death e black-metal, di un’ottima prova on
stage; “Demigod”, “Conquer All”, “Christians To The Lions” e soprattutto la
devastante “Slaves Shall Serve” vengono proposte ad un pubblico molto ben
disposto nei confronti di cotanto delirio sonico. Un plauso soprattutto al
batterista Inferno, autore di un’adrenalinica prova di resistenza dietro al suo
drum-kit e al frontman e chitarrista solista Nergal, musicista preciso e grande
intrattenitore.
Terminano
questa lezione di catechismo i canadesi Kataklysm e, giusto per
far fede al nome, scatenano un’apocalisse musicale, tra tempi supersonici e
chitarre imbestialite, il tutto condito dai growling e gli screaming del
vocalist italo-canadese Maurizio Iacono, che incita il pubblico dell’Evolution
in italiano; per quanto mi riguarda il genere proposto è un po’monocorde, ma la
band dimostra di saperci fare.
A questo
punto mi avvicino al palco, in quanto stanno per salire i Cynic, gruppo
statunitense che nel 1993 pubblicò una perla rara di death metal ultra tecnico,
roba da fare impallidire gente come Atheist e gli stessi Death (che in seguito
ingaggiarono il chitarrista ed il batterista).
La band
esegue quasi tutto Focus, primo ed unico album all’attivo, oltre ad una nuova
song “Evolutionary Sleeper”, assolutamente splendida. Paul Masvidal, voce,
chitarra e leader del gruppo, è un esile ragazzetto con la faccia pulita, ma
capace di cose mirabolanti con la sua 6 corde, la mia attenzione però è attirata
soprattutto dal batterista Sean Reinert (assieme a Masvidal, l’unico membro
sopravvissuto della formazione che registrò il disco), un fenomeno di tecnica e
fantasia; ma anche i due nuovi arrivati per la reunion non sono da meno: il
bassista Chris Kringel (già membro dei Cynic per un breve periodo) dimostra di
saper maneggiare con maestria il suo strumento (e che suono gente!) e il
chitarrista Davis Senescu, allievo di Masvidal, anche se non ancora
perfettamente rodato, assieme al suo maestro, dà vita ad un caleidoscopio di
riff, arpeggi e fraseggi di rara bellezza.
Così “Veil
Of Maya”, “Uroboric Forms”, “How Could I” e gli altri estratti da Focus,
emozionano il pubblico delle prime file e non solo, segnando il momento più alto
di tutto il festival.
È difficile
suonare subito dopo una band della caratura dei Cynic e l’arduo compito spetta
ai Kamelot, che infatti perdono impietosamente il confronto. Se su disco
la classe e gli arrangiamenti faraonici, assieme alla voce dell’ex Conception
Roy Khan (oggi solo Khan) la fanno da padrone, dal vivo il castello di Re Artù
crolla miseramente.
Lo stesso
vocalist (che qualcuno ha definito il “Mango dell’heavy metal”) fatica non poco
a ricreare quelle modulazioni che lo hanno reso famoso e spesso è aiutato da una
corista.
Certo, le
perle sonore non mancano, vedi “Forever”, “Center Of The Universe” e “March Of
Mephisto”, più qualche estratto dal nuovo album, “Ghost Opera” (platter, ahimè,
sin troppo sopravvalutato!), ma in generale il gruppo annoia, causa l’eccessiva
freddezza sul palco e la ripetitività di una formula sin troppo sfruttata.
Amareggiato
dalla prova incolore dei Kamelot, sono riuscito ad apprezzare persino i Sodom,
band che non ho mai digerito molto: questa sorta di Motörhead crucchi, grazie a
gemme thrash metal come “Agent Orange” e “Saw Is The Law”, scuotono un pubblico
intorpidito dal concerto precedente, mentre la doppietta thrash core di
“Blasphemer”e “Bombenhagel” e la cover “Ace Of Spades” rappresentano la mazzata
finale di Angelripper e compagnia trucida.
Un altro
gruppo che solleticava non poco la mia curiosità erano i Fates Warning,
che infatti mostrano un’ottima perizia tecnica, nonostante l’assenza dietro le
pelli di Mark Zonder (per chi scrive uno dei migliori batteristi in ambito
metal), rimpiazzato dal pur valido Bobby Jarzombek (già con Riot, Halford e
Sebastian Bach) e una scaletta non proprio memorabile; comunque la loro
esibizione è stata uno dei momenti clou della giornata, con “One” e le due parti
tratte dalla suite di “A Pleasant Shade Of Grey” sugli scudi e le pazzesche
espressioni facciali del fenomenale bassista Joey Vera, che più tardi suonerà
anche coi Nevermore.
Simpatico
l’intermezzo del “Bluargh! Contest”, in cui diversi casi sociali si esibiscono
in maldestri tentativi di riprodurre il tipico growling del death metal,
provocando l’ilarità del pubblico, il tutto condotto da un presentatore
d’eccezione, Trevor dei Sadist.
Momento
atteso da molti quello dell’esibizione dei Virgin Steele, capitanati
dall’istrionico David De Feis, che, torace nudo (ma quant’è magro?) e aria
battagliera, catalizza l’audience del festival;
purtroppo
all’ottima presenza scenica, non corrisponde un’altrettanta capacità vocale,
infatti il cantante dimostra di non essere proprio in splendida forma, inserendo
una quantità spropositata di quei famigerati urletti epici che tanto
odio.
Una scaletta
piuttosto squallida e l’incessante doppia cassa del batterista Frank Girlchriest
completano il quadro di un’esibizione scadente e noiosa quanto quella dei
Kamelot.
I
Nevermore dal vivo, quando vogliono, sono una macchina da guerra che non
conosce avversari e all’Evolution dimostrano di essere piuttosto in forma: il
loro heavy-metal schiacciasassi che fonde elementi classici e moderni è sempre
apprezzatissimo, nonostante l’ugola di un Warrel Dane non in stato di grazia (a
quanto pare aveva dei problemi di salute), ma supportato da una band
tecnicamente ineccepibile e di grande impatto, soprattutto per quanto riguarda
il duo chitarristico Jeff Loomis/Chris Broderick (quest’ultimo in prestito dai
Jag Panzer). Purtroppo la stanchezza e la voglia di godermi appieno il concerto
successivo non mi ha permesso di seguirmi lo spettacolo come avrei voluto.
E infine
eccolo, quello che molti aspettavano, il biondo crinito vocalist che ha smosso
gli ormoni di tante ragazzine nei primi anni 90, dotato ancora oggi di una voce
e un carisma incredibili: signori e signore, Sebastian Bach!
Ovviamente
la scaletta ha privilegiato pezzi tratti dai primi due album degli Skid Row, per
cui dopo l’opener al fulmicotone di “Slave To The Grind”, avanti con “Big Guns”,
“18 And Life”, “Here I Am”, “Monkey Business”, “The Threat”, “I Remember You” e
“Midnight/Tornado”, alternate a nuovi pezzi che non reggono assolutamente il
paragone con il passato (tra cui una ballad che plagia vergognosamente
l’arpeggio di “I Remember You”).
Bach è un
uragano: roteando il microfono a mo’di elicottero e correndo lungo il palco,
arringa il pubblico a urlare e a cantare assieme a lui, mentre il resto del
gruppo esegue discretamente il proprio compito: azzeccata la cover di “Godzilla”
dei miei adorati Blue Öyster Cult e chiusura d’obbligo con “Youth Gone Wild”,
che però viene troncata dopo l’assolo dalle forze dell’ordine, causa
sforamento dei tempi previsti per la chiusura del concerto.
In
conclusione una buona rassegna che ha accontentato tutti i palati (power, hard
rock, death e progressive metal) e che, fortunatamente, non è stata funestata
dal tempo inclemente come successo ad alcuni recenti festival italiani.