DIRTY PENNY
-
Take It Sleezy
- 2007
(Dirty
Penny Music)
Californiani di Santa Cruz, i quattro ragazzi che compongono i Dirty Penny (ex
tributo ai Poison di nome… Antidote!) conoscono sicuramente i luoghi che hanno
reso famosa la maggioranza della sleaze band 80iane; conoscono le pose da tenere
sul palco, l’importanza di un’immagine appropriata e la formula per realizzare
un album di successo. Sanno che la melodia è un ingrediente fondamentale per la
buona riuscita di un disco, e sanno anche che, se non hai le canzoni, non vai da
nessuna parte neppure se sei americano, hai un look esagerato e sai come si
tengono in mano gli strumenti sopra a un palcoscenico. Non stupisce, tuttavia,
che la band non abbia preso come principale modello di riferimento un
masterpiece del glam stampato quando presumibilmente andavano ancora alla scuola
materna, bensì il debut di un gruppo di più recente formazione, e per giunta
europeo. Stiamo parlando dei Crashdïet e del loro piccolo grande capolavoro Rest
In Sleaze: ebbene, i Dirty Penny sono riusciti nell’impresa impossibile di
comporre un album quasi allo stesso livello di quello immesso sul mercato dai
loro idoli non più di due anni fa! È strano esprimersi in questi termini nei
confronti di una band relativamente giovane, ma al combo svedese guidato dal
compianto Dave Lepard va senza ombra di dubbio riconosciuto il merito di essere
stato in grado di attirare su di sé l’attenzione di critica, pubblico e di una
major, semplicemente scrivendo un disco ispirato ad un genere musicale sì tanto
amato, ma ormai fuori moda da quasi quindici anni. E di avere spianato la strada
alla nascita di un sacco di emuli. Fra tanti pessimi cloni è un piacere vedere
spuntare a sorpresa un gruppo capace di assimilare alla perfezione la lezione
impartita dai Crashdïet, rigirare con sapienza la ricetta sonora e sfornare un
album come non se ne sentivano da tempo. Trovare un passaggio debole all’interno
di Take It Sleezy è complicato quanto cercare il classico ago in un pagliaio:
meglio rinunciarvi e risparmiare le energie per sculettare al ritmo di brani dal
tiro killer e dai refrain mozzafiato come l’opener “Midnight Ride”, che da sola
vale l’acquisto, e le altrettanto entusiasmanti “Hot & Heavy”, “Push Comes To
Shove”, “Sleaze Disease” (riproposta in chiusura in versione acustica), “Scream
& Shout” e “Vendetta”, anche se nessuna canzone può definirsi deludente. Da
segnalare anche l’allegra e blues-oriented “Black N’ Blue”, in cui compare
un’armonica a dare quel tocco r’n’r old style all’unico pezzo stilisticamente
differente. Grandiose le vocals del biondo cantante Binge Daniels, perfetti i
cori, esaltanti gli assoli: l’air guitar è assicurata! Retrò alla maniera delle
migliori stelle del firmamento hair metal 80iano e allo stesso tempo moderni -
ma non modernisti - nei suoni e nell’atteggiamento. Nel risultato finale c’è lo
zampino di quella vecchia volpe di Johnny Lima, che produce il disco e co-firma
buona parte delle composizioni. Se gli darete fiducia comprando Take It Sleezy,
questo gruppo vi travolgerà come un treno in corsa: al grosso festival estivo
Rocklahoma, al ritmo di “Vendetta”, sono rimasti investiti in 100.000… Non male
calcare quel palco per una band neppure sotto contratto, ma sicuramente questa è
una condizione destinata a cambiare in brevissimo tempo: sarebbe uno scandalo il
contrario!
Stefano Gottardi
Carisismi Peter London, Martin Sweet ed Eric Young, avete dichiarato che The
Unattractive Revolution suona a quel modo perchè non avevate intenzione di
comporre un Rest In Sleaze parte seconda. E fino a qui il ragionamento non fa
una piega. Di sicuro ascoltare quel disco equivale ad una pugnalata nella
schiena per tutti quei fan che, con un briciolo di obiettività, non possono fare
a meno di ammettere che il nuovo album è di una piattezza e stentatezza a dir
poco imbarazzanti. Come possano gli addetti ai lavori promuoverlo a pieni voti e
metterlo sullo stesso piano dell’irraggiungibile predecessore, a oltre un mese
dalla sua uscita, è cosa per me ancora del tutto inspiegabile. Non volere a
tutti i costi ripercorrere sentieri già battuti, anche in rispettoso (e
doveroso) ricordo del caro Dave Lepard, è cosa buona e giusta, ma da qui a
mettere assieme un’accozzaglia di canzoni oggettivamente brutte e a tentare di
spacciarle per il nuovo corso della band, frutto dell’ispirazione data dalla
scomparsa di un prezioso amico, ce ne passa. Chi volete prendere in giro con un
pezzo come “Thrill Me”? Questi sarebbero i Crashdïet? No, dico, stiamo
scherzando? Un modo per dare un degno seguito al meraviglioso debut c’era e il
trucco non era spostarsi su lidi più smaccatamente hair metal e moderni, bensì
provare a scrivere BELLE CANZONI. Ok, bello è un concetto del tutto soggettivo
che un buon recensore non dovrebbe mai tirare in ballo, ma io, non potendo
definirmi tale, me ne strafrego e vi dico, cari London, Sweet e Young, che se
volete davvero una fonte d’ispirazione, fareste bene a mettere mano al
portafoglio e prenotare una copia di questo Take It Sleezy dei Dirty Penny. Sono
americani, sono vostri ammiratori, e i loro brani suonano più Crashdïet di
quelli che, purtroppo, portano effettivamente quel nome stampato sul cd. Questo
sì che è un album con la A maiuscola! Prendete nota, e la prossima volta vedete
di non dare un altro dolore ai vostri fan, e provate a comporre pezzi come
“Midnight Ride”, “Hot & Heavy”, “Push Comes To Shove”, “Rock”, “Sleaze Disease”,
“Take A Bite”, “Scream & Shout” (geniale questo verso dedicato all’ostile
genitore: “Check out the papers/Who's number one?/Oh my goodness, it's your good
for nothin’ son/Look at me now.../…Daddy are you proud?”) e “Vendetta”. Così
facendo, nessuno si rivolterà nella tomba, e i vostri sostenitori non resteranno
delusi. Voi rocker là fuori, invece, se amate i vecchi Crashdïet ed i
Mötley Crüe del periodo Too
Fast For Love, dovreste essere già sul sito internet dei Dirty Penny alla
ricerca del metodo a voi più confacente per farvi arrivare questo gioiello!