Quando parliamo di storia dell’aor, non possiamo esimerci dal menzionare questo
Out Of The Silence, pubblicato nell’ormai lontano 1988 dalla band fondata
dall’ex tastierista dei Thin Lizzy Darren Wharton. Accompagnato in questa sua
avventura dal talentuoso chitarrista Vinny Burns (in seguito con Gary Hughes nei
primi, fantastici, album dei Ten), Darren dà vita ad uno dei più impegnati
lavori di aor intimista di tutti i tempi. Basato sulla mescolanza tra eteree
atmosfere irlandesi ed un corposo e raffinato intreccio melodico di chitarre e
tastiere, il disco sfodera tutta la propria classe ed eleganza dalla prima
all’ultima nota. L’attacco affidato ad “Abandon” è di quelli da infarto: le
tastiere introducono un ricco lavoro di chitarre e la calda voce di Darren
infonde alla song la profondità necessaria a sfondare. “Into The Fire” è la
sontuosa seconda traccia, sempre incentrata su un incedere maestoso
magistralmente diretto da un Wharton in stato di grazia. Siamo appena al terzo
brano ed ecco arrivare una vera gemma di melodic rock: “Nothin Is Stranger Than
Love” ammalia per la magnificenza della propria melodia su cui si staglia un
ritornello a tutto coro da pelle d’oca. “Runaway” torna a far girare forte il
motore dei Dare, mantenendo sempre altissimo il tasso melodico. L’intensità dei
brani ricomincia a salire e tocca uno dei suoi picchi con la “calda” “Under The
Sun”. Siamo nella parte centrale dell’album, una sorta di antologia da
tramandare a chi avrà intenzione di fare musica dopo i Dare. “The Raindance” ne
rappresenta probabilmente il culmine e incarna in sé tutta l’essenza del disco.
Un brano trascinante, un crescendo che esplode nel fantastico coro centrale e
consacra definitivamente Out Of The Silence tra i super classici di sempre.
L’album è un vero e proprio distillato di classe, un fiume in piena che seduce e
travolge ogni cosa che si trovi sul proprio cammino. Alle nostre già provate
coronarie “King Of Spades” assesta un altro duro colpo e rappresenta il doveroso
tributo di Darren all’amico scomparso Philip Lynott. La nebbia si dirada per
lasciare spazio alla raggiante “Heartbreaker”, più in linea con quanto proposto
in quell’epoca da Bon Jovi & Co. “Return The Heart” ci introduce al gran finale,
grazie ad un refrain da manuale. Conclusione affidata all’ennesimo capolavoro
“Don’t Let Go”, una ballata struggente che vi trasporterà con l’immaginazione a
sorvolare le rocciose scogliere delle Cliff of Moher. Un crescendo commovente,
una canzone che sembra non finire mai e che hai il suo colpo di genio nel lungo
e appassionato assolo di Burns, il quale ci accompagna dolcemente fino alla
strofa finale su cui Darren Wharton si erge in maniera epica a suggellare uno (a
mio avviso “il”) dei migliori dischi aor di sempre.