Dopo
un grande centro, gli H.E.A.T., arriva inesorabile un mezzo fiasco per la
Playground. La copertina dell’elegante digipack lascerebbe pensare ad un album
industrial o qualcosa del genere, invece i russi Asgård suonano uno scontato e
banale power metal dal retrogusto barocco sulla scia di Yngwie Malmsteen’s
Rising Force, Ring Of Fire, Stratovarius e Crimson Glory. Se, tuttavia,
musicalmente sono inattaccabili, e qualche buon colpo lo sferrano anche (“Sermon
Of The Mephistopheles”, “She Wolf”, “Headless Horseman” ), purtroppo risentono
di una voce impersonale, poco espressiva e dalla pronuncia troppo dura e
incerta. Si capisce al volo che questi ragazzi non sono inglesi, americani o
scandinavi. Detto questo, il disco è abbastanza gradevole, pur se derivativo e
simile a mille altri, ma si tratta di un male comune a quasi ogni band che
decide di cimentarsi con un genere musicale ormai inflazionato e, sotto a certi
aspetti, superato. Un po’ di fantasia, che su questi lidi a volte viene a
mancare, è l’ingrediente fondamentale per trasformare in un successo qualsiasi
tipo di ricetta. Anche la più semplice. Sufficienza raggiunta, ma come avrete
capito non si tratta di un album indispensabile.