Il debut album
omonimo del 1989, un ep datato 1992, e la raccolta Archives del 1998: queste
sono le tappe fondamentali della discografia della band originaria del New
Jersey. Ammetto di non conoscere bene il passato di questo gruppo, oggi
riformatosi attorno alla figura del solo membro originale Rocco Fury, ma da un
rapido ascolto ai sample estratti dei vecchi lavori presenti sul website degli
American Angel, posso affermare con una certa sicurezza che Vanity musicalmente
ripercorre le orme dei suoi predecessori. Un hair metal ricco di cori, oltremodo
atmosferico e dotato di quel groove che fa da collante e aiuta le canzoni a
decollare; questo, in sintesi, è quello che si può ascoltare nelle tredici
tracce (più intro e remix di “Don't Wait Up”) proposte. Le chitarre di Dennis
Zehrer e Mike Biscula graffiano a dovere, le tastiere di Eric Ragno partecipano
alla festa senza risultare mai troppo invadenti, la solida sezione ritmica è il
cuore pulsante del suono made in American Angel (eccellenti alcuni arrangiamenti
di batteria) e la voce di Rocco Fury è la vera e propria arma in più. Un mix di
John Corabi, Sebastian Bach e Jack Russell, che si sposa alla perfezione con le
reminiscenze Ratt, Tyketto, Tangier e Trixter che caratterizzano il sound del
sestetto a stelle e strisce. L’hard rock corposo e leggermente sudista
dell’opener “Pantomind” potrebbe riportare alla mente persino i migliori Bon
Jovi; “Vanity” è un tempo medio degno degli Whitesnake periodo 1987; i due
mid-tempo “On The Hunt” e “Seven”, piuttosto simili strutturalmente, non segnano
alcun calo di tensione, ma la ballatona “Warm Inside” è da latte alle ginocchia.
Rialzano il tiro “Don't Wait Up”, up-tempo sulla scia dei Ratt, “Breathe”,
modern rock che stilisticamente si distacca dal resto delle composizioni e “In
Perfection”, pezzo che puzza di anni ’80 più della camicetta leopardata
dimenticata nell’armadio da allora! Il grandissimo tiro di cui è dotata
“End Of The Night” la rende piacevole all’ascolto, nonostante le influenze
spagnoleggianti di cui si compone, che ne fanno la traccia più fuori dal
contesto del disco. Un’altra inutile ballad, “Another Day”, fa venire voglia di
skippare immediatamente verso le successive “Turns To Grey” e “Permanent
Pause”, canzoni più in linea con lo stile eighties del gruppo. Chiude la
sopraccitata versione remix di “Don't Wait Up”. La sensazione avuta con
l’ascolto di questo cd è che la band guidata da Rocco Fury, come molti colleghi,
avrebbe meritato qualcosa in più che un’indegna e prematura scomparsa nel 1992,
ovviamente dovuta a Seattle e tutta la porcheria che ha fatto seguito
all’esplosione del “fenomeno” grunge.