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Live Reports
VAINS OF JENNA + Pollution
Lucille, Sommacampagna (VR)
12/06/2010
Report di Stefano Gottardi, foto di Letizia Tessari
Prima tappa italiana per i Vains Of Jenna, che trova sede al Lucille dopo qualche cambio di location che, probabilmente, non ha favorito l'affluenza del pubblico, ancora poco numeroso quando partono i Pollution. “Going To Infinity” apre le danze e da subito si nota qualcosa di strano: i perugini sono infatti in quattro, a causa dell'assenza di uno dei chitarristi. Poco male, i ragazzi se la cavano lo stesso bene, e propongono una carrellata di pezzi contenuti nel recente Strange Attractors. Il cantante cerca di coinvolgere la folla, defilata ai lati del palco, ma nessuno raccoglie il suo invito a partecipare un po' di più, almeno fino a che non suonano “Bag On Your Head” degli Hardcore Superstar. Alla fine se ne vanno a testa alta, con un'esperienza in più da aggiungere al proprio curriculum. Non appena i Vains Of Jenna salgono sul palco, un gruppetto di ragazze cotonate e perfettamente agghindate per l'occasione, che evidentemente non avevano mai visto uno svedese (o un americano) da vicino prima d'ora, si accalca davanti al quintetto. Già, la prima novità è che adesso sono in cinque: il chitarrista ritmico Anton, infatti, va a tappare la falla creatasi dopo l'uscita del singer Lizzy DeVine, dato che il nuovo cantante Jesse Forte non sembra poter ricoprire il doppio ruolo di frontman/chitarrista come il suo predecessore. Con un sorriso a 32 denti stampato in faccia (che rimarrà tale per tutta la durata del concerto), il nuovo vocalist americano fa sorgere immediatamente un dubbio: paresi oppure ha ottenuto un endorsement da una ditta di dentifrici? In ogni caso, non appena attaccano con “Everybody Loves You When You're Dead” una dozzina di culetti inizia a muoversi al ritmo dell'indiavolato sleaze rock dei Vains Of Jenna. Sì, perché una volta suonavano questo. Ma da subito appare chiaro come Forte sia sì un discreto singer, ma dal background più bluesy e 70's hard rock (vecchi Aerosmith, Van Halen etc. paiono essere il suo pane quotidiano). La mancanza della voce sleazy e selvaggia di DeVine si fa sentire tutta mano mano che le varie “Get It On”, “Hard To Be Vain” e “Mind Pollution” si susseguono e le chiappette si dimenano, fermandosi solo quando il lungocrinito frontman (dalla vaga rassomiglianza con un giovane Joe Leste e la faccia più arrapata di Rocco Siffredi sul set di “Rocco Invades Poland”) domanda alle fanciulle se vogliono sentire un po' di blues. Ovviamente nessuna capisce, a parte una, che al terzo tentativo dell'americano risponde “Sì, vogliamo il blues!”. Ed ecco che, come per magia, parte “Red House” di Hendrix, che nessuno conosce, infatti lo sculettamento cessa subitamente. L'uomo immagine della Durban's sembra più a suo agio, ma appena si ricomincia a rockare (con una canzone che, sarò onesto, non ho la più pallida idea di cosa fosse, forse un nuovo brano?), i sederini come per magia riprendono a danzare. E mentre viene da mettersi le mani nei capelli, un po' perché sentire “Enemy In Me”, “The Art Of Telling Lies” e “Noone's Gonna Do It For You” cantate da Forte è un po' come vedere una partita di calcio giocata fra Andorra e Liechtenstein, un po' perché, nonostante gli sforzi del singer americano di interagire col pubblico, nessuno lo capisce, oppure se lo fila di striscio, come quando chiede ai (pochissimi) ragazzi presenti di fare tre passi avanti verso il palco. Ed i volumi altissimi, al limite della sopportazione, non migliorano le cose. Ad ogni modo, giunge il momento del pezzo finale, che è un'altra cover di Hendrix, “Fire”, che pochi apprezzano, senz'altro non le fanciulle in prima fila che a tutto sembrano pensare, tranne che alla musica. Forte cerca di far capire al pubblico che se gli comprano qualcosa dal banchetto del merchandise gli fanno anche un favore, perché è quello che gli dà da mangiare; messaggio recepito solo da qualche fan di sesso maschile, le donzelle che hanno sculettato tutto il tempo, infatti, non appena i cinque scendono dal palco (fra l'ovazione generale, mancava solo la ola!) li seguono nel pollai... ahem... nel backstage, lasciando nel locale una desolazione pressoché totale. Oggi ho capito due cose: primo che Lizzy DeVine era proprio un figo (come musicista s'intende) e secondo che non mi metterò mai con una glamster. Specie se sculettante. In quanto ai Vains Of Jenna, una svolta blues è probabile e più che auspicabile: allo stato attuale delle cose non sono né carne, né pesce.
