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THE FIRE

Interviews

THE FIRE - Olly

Intervista a cura di Stefano Gottardi

A distanza di diversi mesi dall'uscita di Abracadabra, abbiamo raggiunto il cantante e leader dei The Fire Olly, una persona gentile, schietta e genuina, la cui passione per ciò che fa trasuda da ogni parola pronunciata. Un'intervista interessante, in cui si è parlato anche più in generale di musica nel nostro Paese, un posto dove non è facile suonare rock and roll...

Ciao Olly, è un piacere parlare con te. Sono passati diversi mesi dall'uscita di Abracadabra, ed è forse tempo di tirare le somme: com'è stato accolto il disco dalla critica, dai fan, e dai fruitori di musica in generale?
A livello di critica ha avuto riscontri davvero sorprendenti. Grandi complimenti sulla struttura del disco e sulla proposta. Insomma è piaciuto molto. Riguardo alle vendite non ho ancora dei rendiconti che mi dicano cosa sia successo intorno a questo disco, ma, vedendo i tempi che corrono e il totale disinteresse per i cd originali, credo niente di positivo.

Avete collezionato parecchie date di supporto al nuovo cd, fra cui alcune davvero importanti assieme ai Gotthard in Svizzera: com'è andata?
Be' direi che 35000 persone in 5 date sono una gran bella cosa e altre 4000 con Alice Cooper in Germania altrettanto. Grandi esperienze che mettono i cerotti al cuore quando tutto sembra sempre andare a rotoli.

Come ci si sente a calcare certi palchi, e qual è la reazione della gente quando non sei tu l'artista principale?
Ovviamente essere il gruppo che apre la serata è sempre una posizione delicata. Si rischia di essere linciati, ma fortunatamente proponiamo uno show energico e molto diretto, quindi in 35/40 minuti abbiamo il potere di non annoiare e di scaldare il pubblico in attesa della band principale. Pensa che Alice Cooper è venuto pure a complimentarsi con noi dopo il suo show.

Che soddisfazione! Come si son comportati gli altri, invece?
Diciamo che hanno tutti comportamenti diversi, chi più formale e non ci parla nemmeno, chi più easy e alla mano, insomma sono persone normali che magari dopo due mesi di tour “non hanno cazzi” di uscire dal camerino o di incontrare il gruppo spalla. Come credo chiunque al mondo sono soggetti a stress, pressioni, stanchezza e spesso capita che questo venga scambiato per divismo.

Che cosa si prova ad avere in mano qualcosa che, potenzialmente, potrebbe renderti una vera star, come i The Fire, e ad essere allo stesso tempo consapevoli che provenire dalla nostra nazione è quasi come avere un tatuaggio, un marchio a fuoco sinonimo di passione, sudore, ma purtroppo anche di insuccesso quasi garantito?
Wow, ti ringrazio di pensarci delle potenziali star (ride)! L'Italia non è un trampolino di lancio ovviamente, ma anche l'Europa ormai è al capolinea nella proposta musicale. Ci sono davvero grandi talenti in tutti i Paesi, ma rimangono dove sono, per pregiudizio, mancanza di conoscenze influenti, mancanza di interesse da parte dei media o dalle etichette e non per ultimo da un pubblico ormai rimbambito da una proposta sempre più superficiale e tutta uguale. La differenza la si fa solo sui palchi, ma per poter fare date importanti servono contatti, tempo da dedicare a queste cose, soldi etc… Non la semplice passione insomma.

Perché l'Italia è così cieca nei confronti di un certo tipo di musica? Colpa dei discografici che non vogliono vedere al di là del loro naso, di poca dimestichezza con la lingua inglese, o forse questione di mancanza di una vera e propria cultura rock? Forse negli anni ha pesato il fatto di non avere avuto qualche artista tricolore capace di emergere ai tempi d'oro, qualcuno che potesse spianare la strada a chi oggi potrebbe tranquillamente raccogliere un'eredità purtroppo inesistente.
Credo che i discografici facciano il loro lavoro, ovvero accontentare un pubblico, non sono mica artisti, sono persone che cercano di vendere dischi, il pubblico si abitua ad essere accontentato e non si sbatte minimamente a scoprire cose nuove. Inoltre siamo tutti esterofili e quando quando una cosa arriva dall’estero è per forza migliore. Infatti quando suoniamo all’estero godiamo anche noi di un minimo di questa esterofilia. È chiaro che un gruppo come noi in Italia è svantaggiato perché non cantiamo in italiano e per il fatto che questo tipo di rock deve arrivare dagli Stati Uniti o dall'Inghilterra per avere un seguito certo o una credibilità. Tutte cause che dopo un po’ di anni non mi fanno più né caldo né freddo. Sono stufo di lamentarmi del fatto che tutto è una merda e non gira mai dal verso che vorrei. Preferisco divertirmi e godere di quello che faccio e delle persone che amano i nostri dischi e i nostri live. Persone che poi si affezionano alla musica e alla band, e che senza rendersene conto diventano una fan-base davvero forte e davvero unita tra loro. Il migliore dei risultati per un gruppo come il nostro.

Che cosa c'è di davvero buono per il rock in Italia? Ammesso che qualcosa ci sia...
Per il rock direi nulla, a meno che si parli di rock italiano ad alti livelli tipo i soliti Liga, Vasco e Litfiba. Però devo dire che chi si sbatte per creare degli spazi o a far suonare band come noi porta avanti un circuito, porta avanti il fermento che ormai è una parola che conta poco tra le nuove generazioni. I ragazzi non hanno stimoli, né sono spronati a creare qualcosa.

Ma come vengono accolti i The Fire al di fuori dei confini nazionali? La mia piccola ricerca sul web di recensioni e interviste a voi dedicate dalla stampa estera, non mi ha purtroppo ripagato di un grosso quantitativo di materiale per potermi fare un'idea precisa, se non quella che meritereste maggior spazio e attenzione. Si è trattato di una precisa scelta – quella di puntare al solo mercato italiano – di una mancanza della casa discografica in sede di promozione, oppure di una pessima indagine da parte del sottoscritto?
I live vanno molto bene, abbiamo un'ottima agenzia nel Benelux e ora una nuova in Svizzera, la gente è sempre molto partecipe ai nostri concerti, ma da lì ad avere dei contratti e delle promozione seria ne passa. Insomma senza botte di culo pesanti o senza conoscenze influenti nessuno alza un dito. Siamo distribuiti in Germania, Austria e Svizzera da un'etichetta Svizzera, la Eat The World, e in Italia abbiamo un contratto di licenza con la Valery, già label del mitico Pino Scotto, abbiamo anche un minimo di distribuzione in Spagna e in Inghilterra. Paghiamo da noi quasi tutto quello che ci riguarda. Se però non si hanno risultati grossi nella propria nazione le etichette straniere non investono, pensando che non ne valga la pena. Insomma anche in questo caso essere italiani implica una ristrettezza. Spesso si viene associati anche al “lazzaronismo” che per anni ha caratterizzato i business tra Italia e resto del Mondo. Nessuno si fida molto degli italiani in questo senso. Troppo lenti, svogliati, disorganizzati. Come dargli torto, ma devo dire che chi lavora con noi ha sempre ottime parole sul nostro gestire.

Facendo un salto nel passato sino al vostro esordio discografico Loverdrive, e analizzandolo attentamente col senno di poi, che cosa cambieresti, e cosa, invece, a distanza di qualche anno ti rende maggiormente fiero?
Non cambierei nulla, le cose si fanno con il cuore e con la testa, entrambe sono soggette ad errori di valutazione o a problemi, ma senza quelli non si cresce. Sono fiero di aver fatto quasi 400 date in 5 anni di aver suonato in mezza Europa, di aver realizzato 2 dischi, 3 videoclip e chiuso accordi di endorsement con grandi aziende come Volcom,Vans, Paul Frank, Gibson, Sennheiser etc, tutto da modesta rock band italiana, senza aiuti da genitori milionari o da leccate di culo a pezzi grossi.

Un pregio dei The Fire è senza dubbio quello di non essere mai banali o scontati: due cover così diverse fra loro e fra il resto del vostro materiale originale come “Smalltown Boy”, apparsa sul debut, e la più recente “New York New York”, ne sono la testimonianza. Come nasce l'idea di riproporre e personalizzare due brani come questi?
Non amiamo molto fare le cover ma riarrangiare, stravolgere e riproporre una canzone ha il suo fascino. Risuonare l’originale come una banalissima cover band sarebbe patetico, mentre impossessarsi e proporre una canzone alla nostra maniera mi piace molto. Infatti non sopporto le tribute band o le cover band che sembrano degli operai della musica messi lì per accontentare il solito pubblico col culo stanco. Chi invece come Giuliano Palma o i Good Fellas ripropone vecchi brani in una chiave più personale allora lo vedo come un fare spettacolo e sento ancora l’ingegno dei musicisti che amano la musica. Io adoro le canzoni che abbiamo proposto nei nostri dischi, rivisitarle e riproporle live è davvero un piacere.

Decidere di distribuire il vostro ep Electro Cabaret ad offerta libera, oltre che sinonimo di intelligenza e maturità, è una scelta che fa riflettere: la gente non ha più soldi per la musica, ma si ammazza di vizi. È stata una decisione che ha pagato? Non in termini strettamente monetari, quanto umani. Credo che uno degli aspetti più interessanti della vita di un musicista siano le esperienze fatte sul campo, anche e soprattutto sotto a un palco, magari al banchetto del merchandise scambiando opinioni e sensazioni con i propri fan...
Sì, devo dire che la cosa ha responsabilizzato un po’ chi veniva al banchetto. Si crea una sottile vicinanza tra chi compra e chi propone, una complicità che un prezzo imposto non cattura. Il fatto di poter dare un prezzo a un disco porta una piccola responsabilità. Ovvero che i tuoi soldi andranno a coprire le spese che la band ha avuto per registrare, realizzare, promuovere il proprio lavoro. In base a quello che dai vai a dimostrare alla band che vale qualcosa e che la loro musica ti ha colpito. Dai un valore a dei musicisti che sul palco ti hanno catturato mentre se non ti hanno fatto né caldo né freddo puoi tranquillamente mettere pochi spiccioli e prenderti il disco per semplice curiosità. Insomma una cosa davvero democratica.

“Scars” il videoclip: a te la parola...
“Scars” è un video realizzato da un regista che si chiama Saverio Luzzo. Gli regalai una copia di Abracadabra un po’ di tempo fa e lui disse che voleva fare il video di quella canzone. Abbiamo già lavorato in passato con lui nel video di “Smalltown Boy.” Devo dire grazie a tutti quelli che hanno partecipato alla realizzazione del video perché ci hanno regalato quintali di entusiasmo e di disponibilità. Al giorno d’oggi due parole rare nel music business.

Roxx Zone è un portale nato principalmente come contenitore per tutto quel rock, glam, sleaze underground di cui di solito si parla meno. Ti piace questa scena, antica o moderna che sia? Pensi di potertici rapportare in qualche modo, magari grazie a qualche accanito sostenitore della tua band proveniente proprio da questa realtà musicale?

Il nostro sound è in continuo movimento ma il glam ha sempre dato vita a molti dei nostri pezzi; Alecs il nostro batterista è Mötley Crüe dipendente e il suo modo di suonare lo dimostra. Io personalmente adoro alcune delle band svedesi che negli ultimi 15 anni hanno fatto il culo agli americani. Anche in Italia gruppi come Thee STP o Small Jackets dimostrano che queste cose sono vive e ancora in piena passione.

Quali sono i vostri prossimi progetti? Ci sarà un nuovo lavoro dei The Fire nel 2011?
Sto lavorando a dei pezzi nuovi in effetti, Filippo Dall’Inferno sta ultimando il suo disco solista e gli sto dando una mano nella produzione. Anche lui sta scrivendo cose per i The Fire e sono convinto che con un nuovo elemento come lui possiamo portare avanti bene il nostro sound. Filippo scrive prevalentemente in italiano, quindi non è detto che nel prossimo disco avremo dei pezzi in lingua madre. Spero anche di realizzare un nuovo video nella promozione di Abracadabra e organizzare parecchi concerti elettrici e acustici che al momento sono il sale del nostro progetto.

E invece l'iperattivo Olly, quand'è lontano dai The Fire e progetti affini, a cosa si dedica?
Io produco altre band, faccio parte del progetto Rezophonic e a breve inizierò una mia avventura nel mondo del jazz e dintorni. Un genere che da molto tempo mi appassiona davvero tanto.

Se la memoria non mi inganna, credo di averti posto tutte le domande che mi ero prefissato di sottoporti, ma se ho dimenticato di chiederti qualcosa che avresti gradito raccontarci, hai l'occasione di farlo, prima dei saluti finali.
Domande in particolare no, ma aggiungerei un semplice: in Italia ci sono band che spaccano!!! Basta accorgersi che esistono e supportarle per quello che meritano.

Grazie per la disponibilità Olly, è stato un piacere scambiare quattro chiacchiere con te.
Altrettanto, vi aspetto sotto il palco… Peace in Space!!!




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