ROXX ZONE - If you don't like rock n' roll... we don't like you!


Vai ai contenuti

Menu principale:


STEEL FEST 2011

Live Reports

STEEL FEST 2011

Estragon, Bologna
05/11/2011

Report di Luca Driol, foto di Anna Minguzzi

Italiani popolo di defenders. Dopo l’annullamento definitivo del Glam Fest (sigh!), il popolo rock può gioire sulla discreta affluenza di pubblico a questa kermesse, che ha nel metal più classico e “ottantiano” la propria bandiera. Ad aprire le danze spetta ai nostrani
Battle Ram, band già attiva da diversi anni e autrice di un ottimo epic metal, che può contare sulla chitarra del bravo (e personaggio di riferimento per il genere in questione!) Gianluca Silvi e sulla brillante ugola del frontman Franco Sgattoni: ottimi brani e un notevole affiatamento rendono questa esibizione una delle migliori di tutto il festival. I polacchi Crystal Viper, pur decisamente derivativi, risultano piuttosto trascinanti in sede live, soffrendo però di suoni non all’altezza. Marta Gabriel (notevole la ragazza!) sfodera una buona prova vocale nelle varie “Man Of Stone”, “Greed Is Blind” e “Metal Nation”, pezzi melodicissimi e già godibili al primo ascolto: peccato che la chitarra, una Jackson a coda di rondine che pare gigantesca tra le braccia della minuta singer, non si senta per nulla Bravi, seppur non eccelsi, anche gli altri tre membri della band, ma, manco a dirlo, l’attenzione del pubblico è catalizzata dalla bella Marta, che, a fine concerto, inscena una battaglia contro l’altro chitarrista a suon di sei corde. Una buona prova, nonostante l’assenza in scaletta di un ottimo brano come “Stronghold - Under Siege” e una resa sonora ancora mediocre. Purtroppo i Pegazus, quartetto australiano dedito ad un banalissimo power metal, sono ancora in circolazione e oggi ci tocca sorbirceli per ben tre quarti d’ora. Interminabili. I brani del quartetto sono dotati di un songwriting ridicolo che non può contare nemmeno sulle melodie del gruppo precedente: il pur discreto singer Justin Fleming (che qualcuno ha giustamente paragonato a una versione metal di He-Man dei Masters!) ci mette un certo impegno, ma imbarazzanti fetecchie sonore quali “Metal Messiah”, “Metal Forever” e “Metal Stacippa” sortiscono soltanto un prolungato sbadiglio. Il “party-metal” dei bolognesi Tarchon Fist riaccende gli animi dei presenti, grazie a brani anthemici e a una presenza terremotante sul palco. Ramon, il nuovo vocalist, non fa rimpiangere il pur bravo Sange (ora nei validi Sange:Main:Machine), mentre lo scatenato Luciano, chitarrista e fondatore del gruppo, scende addirittura tra il pubblico a macinare riff e assoli. Vengono estratti brani dai due album sinora pubblicati, esempi di metal non troppo originale ma di buon impatto, soprattutto in sede live e il pubblico, composto anche da molti amici e conoscenti del gruppo, sembra gradire parecchio lo show energico e trascinante proposto dalla band. Gli olandesi Picture, lungi dall’essere un gruppo fondamentale nel panorama heavy europeo, hanno comunque avuto il loro periodo di gloria nei primi anni ’80, grazie a buone prove discografiche quali Diamond Dreamer ed Eternal Dark; oggi però, soprattutto a causa di una mediocre scaletta, non convincono pienamente. Il singer Pete Lovell, vichingo ormai imbiancato dall’età, sul palco mostra energia da vendere, ma l’assenza di brani convincenti, eccezion fatta per l’accoppiata “Lady Lightning” / “Eternal Dark”, posta a fine show, non permette di apprezzare al meglio il gruppo. Gli Skanners sembrano meritarsi sempre più la palma di “miglior metal band italiana”, grazie a energia, potenza e tecnica, tre parole che, se messe assieme, danno vita a uno show intenso e trascinante. Claudio Pisoni è tanto bravo quanto simpatico, affiancando battute e movenze teatrali ad acuti lancinanti, ma anche le chitarre dell’affiatata coppia Tenca e Unterhauser graffiano che è un piacere, così come la batteria al fulmicotone del giovanissimo (appena diciottenne!) nuovo entrato Davide Odorizzi. Diversi gli estratti dal recente Factory Of Steel, tra i quali brillano la fiera title track e l’anthemica “Hard And Pure”, ma vengono eseguite, per la gioia del pubblico più attempato, anche brani quali “Starlight” e “Metal Party”. Dopo un concerto del genere è difficile fare di meglio, ma qualcuno c’è riuscito. Non è il caso degli Angel Witch, per i quali ribadiamo le impressioni della loro precedente calata italica: il leader Kevin Heybourne non brilla né come cantante né come chitarrista e ciò inficia non poco le esibizioni live del quartetto britannico. Come rovescio della medaglia, riascoltare i “soliti” estratti dal fondamentale esordio omonimo è sempre un piacere senza eguali, così come vedere il bravo Bill Steer in azione in un contesto differente da quello death metal dei Carcass o quello più genuinamente rock dei Firebird, ma alla fine si rimane un po’ con l’amaro in bocca. È il turno di un’altra band britannica, ma questa volta si fa sul serio. Complice la registrazione di un live proprio in questa serata, i Praying Mantis imbastiscono uno show perfetto, dove tutto fila maledettamente liscio. A cominciare dalla prova vocale di Mike Freeland, ormai perfettamente integrato nella band, capace di non far rimpiangere troppo i suoi predecessori (gente come Bernie Shaw, Tony O’Hora e Doogie White, mica noccioline!) e arrivando addirittura a provocare la pelle d’oca durante l’interpretazione della toccante “Turn The Tide”. La band dei fratelli Troy propone naturalmente alcuni brani dal primo storico album, ma pure dall’ultima prova in studio e qualche concessione al periodo “intermedio”, con le splendide “Don’t Be Afraid Of The Dark” e “Can’t See The Angels”. I suoni sono ottimi e tutto è così perfetto ed elettrizzante che, quando partono le prime note di “Captured City” (uno degli inni della n.w.o.b.h.m.), vorremmo che lo show della mantide religiosa continuasse ancora per tutta la notte! Dopo la mastodontica prova dei Mantis nemmeno i blasonati Virgin Steele riescono a fare di meglio, proponendo comunque a un esaltato pubblico il loro epic metal melodico e trascinante. DeFeis è un animale da palcoscenico che dispensa ai presenti la sua potente ugola e maestosi tappeti tastieristici, mentre Edward Pursino sfodera eccellenti doti chitarristiche. Il concerto è un vero e proprio greatest hits della band, attraverso highlight come “Noble Savage”, “Wine Of Violence”, “Crown Of Glory” e “A Symphony Of Steele”: il quartetto statunitense chiude ottimamente la kermesse, già riconfermata l’anno prossimo con ulteriori nomi di spicco del panorama heavy mondiale.




Torna ai contenuti | Torna al menu