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Interviews
GOTTHARD - Steve Lee
Intervista a cura di Anna Minguzzi
È un pomeriggio di luglio milanese svuotato da tutto tranne che dal caldo (ci si è messo anche l’Eurostar senza aria condizionata…) quello che accoglie la sottoscritta in attesa dell’intervista con i Gotthard, ed entrare nella rinfrescante hall di un hotel a quattro stelle con divani in pelle e aria condizionata è già di per sé un piacevole diversivo. Se poi si aggiunge il fatto che siamo fra i primi e che Steve Lee è un conversatore piacevolissimo, che ama vagare da un argomento all’altro senza perdere quasi mai il filo del discorso, viene da pensare che, se tutte le interviste fossero come questa, ci sarebbe da mettere la firma! Ecco dunque il resoconto dei quasi 40 minuti di conversazione (n.b. all’intervista prende parte anche Franco Nipoti, chitarrista dei bolognesi Crying Steel, che passa quasi tutto il tempo in religioso silenzio di fronte a quello che lui afferma essere uno dei suoi artisti preferiti).
Innanzitutto, ti faccio tantissimi complimenti per il disco, che mi sta piacendo tantissimo; partirei chiedendoti che cosa significa il titolo che gli avete dato, Need To Believe: in che cosa avete bisogno di credere ora?
Abbiamo a lungo pensato a che titolo dare al disco. Per tutti noi, uno dei brani principali era “Shangri-La”, che è anche il singolo per l'Italia, stranamente non per la Svizzera, per la quale sarà “Need To Believe”, perché sembra che il pezzo sia un po’ troppo cattivello per le radio svizzere. Ma “Shangri-La” si è poi rivelato essere il nome di tante altre cose, addirittura c’è un ammorbidente da noi che si chiama Shangri-la! “Need To Believe” rappresenta un nostro modo di pensare, più che un urlo, una possibilità di dare un credo alla gente, di credere in quello che puoi raggiungere. Possono essere tante le cose da raggiungere: il problema di superare una malattia, devi credere fermamente che riuscirai a guarire, può essere il fatto di trovare un lavoro, cosa che manda tutti nel panico, mentre bisognerebbe rimboccarsi le maniche e dire: “Io riuscirò ad arrivare fino in fondo”. Questa è stata la nostra idea ed è stato il nostro credo, perché anche noi abbiamo affrontato momenti difficili: cambiamenti di management, di casa discografica, gente che ci ha anche un po’ fregati dal lato economico. Questo “Need To Believe” è un messaggio molto importante per noi: nel momento in cui va tutto a catafascio, bisogna credere fermamente nella possibilità di riuscire nel proprio intento, qualunque esso sia. Il nostro era quello di creare un bel disco, e credo che abbia funzionato!
È per questo ad esempio che avete fatto brani come “Break Away”?
“Break Away” riguarda il desiderio di uscire da questo buco, da questa prigione. È un testo che non va esattamente associato alla morosa o all’amore, come fanno quasi tutti i testi oggigiorno, e si capisce anche, perché è un tema molto importante, ma riguarda più il fatto di voltare pagina in generale, di uscire dalle cose della vita che ti attanagliano, che ti tirano giù. Anche questo è un messaggio positivo, uscire, andare via. Se ad esempio non ti piace la città dove vivi, non bestemmiare sempre sulla città, vai a vivere altrove. In una parola, goditi la vita. Si dice che si vive una volta sola, cerchiamo di viverla in un modo per cui valga la pena di averla vissuta.
In generale comunque, tutto Need To Believe trasmette positività.
È un disco colorato. Ma l’abbiamo sempre fatto, ci sono dei pezzi del nostro passato,come “In The Name”, che vanno a toccare temi più profondi come quello della religione e dei fondamentalismi, ma io credo che anche i temi dei testi col passare del tempo siano cambiati e mi piace credere che sia perché si diventa un po’ più maturi, più saggi, e ci sono dei temi più profondi rispetto al primo album, dove si parlava solo di rock and roll e chi se ne frega del domani. I testi che scrivo, visto che sono praticamente io a farli tutti, più che puntare il dito contro qualcuno, tendono ad indicare che siamo tutti sulla stessa barca. Ad esempio, “I Konw, You Know” tratta del fatto che non devi chiudere gli occhi di fronte ai problemi che ci sono nel mondo, dal padre che picchia la bambina al vecchio che deve fare due lavori se vuole sopravvivere. Se puoi fare qualcosa, è tuo dovere farlo, non puoi voltarti dall’altra parte e dire “non mi tocca”. Anzi, sei anche tu colpevole se non fai niente. Certo, siamo tutti in crisi, ognuno guarda più a sé, quello non mi frega, io sto bene, ma si finisce con quelle situazioni dove io abito in un palazzo da trent’anni e non so neppure come si chiamano i miei vicini di casa. È triste, ma la tecnologia porta anche a questo.
A sentirlo così, mi verrebbe da dire che il vostro è comunque un messaggio molto legato al cristianesimo.
Sì, è vero. È vero anche che ogni religione ha la sua ragione di esistere. Alla fine si riconduce tutto a una stessa cosa, il rispettare le altre persone e fare del bene, sia che si parli di Cristo, di Allah o di qualsiasi altra religione. Ogni religione è fatta da esseri umani, e l’uomo non è perfetto, è lì il problema. La musica rock è poi stata vittima troppo spesso di certi cliché, il ragazzo cattivo, il satanismo… che poi, è molto un discorso di pubblicità. Magari il musicista satanico sta tutto il giorno vestito di nero e poi va a casa e si mette un completo di Armani! Oppure sul palco alcuni aprono la lattina di birra, la svuotano e ci mettono dentro la Coca Cola, per far finta di essere i musicisti rock che si ubriacano tutte le sere, mentre in realtà si vergognano a bere la Coca Cola. Queste sono cose che succedono perché l’immagine che devi dare è di un certo tipo. Per quanto riguarda noi, penso che il succo della musica che facciamo sia che ci divertiamo, e vediamo la gente che si diverte: è molto semplice tutto questo.
Dal disco emerge anche una grande semplicità delle linee melodiche, che consente di farle ricordare immediatamente.
Diciamo che in questo album abbiamo fatto molti esperimenti per quanto riguarda la voci, è una cosa che mi è sempre piaciuta. Non è sempre facile dal vivo ricreare questa cosa ma ci proveremo. Il nostro produttore mi ha un po’ spronato in questo, perché si è accorto che mi piace molto fare questi esperimenti, ed è bello tentare sempre strade nuove, il che è positivo anche per me; anche se sono 19 anni che faccio dischi vedo che c’è sempre qualcosa di nuovo da scoprire.
Parlando delle varie collaborazioni musicali che hai avuto, di recente hai avuto a che fare anche con John Lord.
John Lord è uno dei musicisti che ho sempre adorato. Una delle ragioni per cui ho iniziato a suonare sono stati i Deep Purple, sono cresciuto a pane, Deep Purple, Led Zeppelin e Uriah Heep, questi gruppi che oggi fa quasi paura nominare perché ti rendi conto di quanti anni fa è iniziata questa cosa. Poi abbiamo avuto l’occasione di incontrare i nostri idoli, quelli che ci sono ancora, ed è stato ancora più bello ricevere complimenti da loro. La collaborazione con lui è nata molto per caso; due anni fa abbiamo fatto un concerto particolare a Zermat, ai piedi del Cervino, dove John Lord tra l’altro ha una casa, e lui aveva fatto una data la sera prima della nostra, per cui la sera dopo è venuto dietro le quinte e ha visto che suonavamo “Hush”. Noi scherzosamente, durante il sound check, gli abbiamo proposto di suonarla assieme, visto che anche noi avevamo l’hammond. Lui ha accettato, poi durante il sound check è sparito; la sera, durante il concerto, io continuavo a guardarmi indietro per vedere se per caso fosse arrivato, il tour manager mi faceva segno di no quindi noi continuavamo a fare il nostro spettacolo. Poco prima del pezzo, tutto gasato, il tour manager mi fa il cenno di ok, ho capito che potevo farlo e ho annunciato John Lord in scena con noi. Quella sera abbiamo suonato “Hush” senza averla mai provata prima, tutta improvvisata. È stata una cosa magica, e ho visto in lui anche tutto il divertimento di suonare la nostra versione. Più tardi, dietro le quinte, gli ho proposto di venire come ospite nel disco, ci siamo scambiati i numeri e ci siamo avvicinati di più. Circa un anno e mezzo dopo lui mi ha contattato, mi ha parlato della sua intenzione di celebrare il quarantesimo anniversario del disco dei Deep Purple con l’orchestra, ed è stato molto divertente sentire John Lord che mi chiedeva di fare varie cose, tra cui “Child In Time”, che è un pezzo che non tutti si azzardano a fare, perché è difficilissimo da cantare. Io comunque lo facevo ai tempi, anche da dietro la batteria, e ho accettato. Abbiamo fatto due giorni di prove, con 100 persone dell’orchestra dietro di noi che suonavano, ed è stato straordinario. Poter suonare insieme a uno dei miei idoli, che poi oltretutto ti prega di fare questa cosa, è stato veramente molto bello. Purtroppo non ha potuto essere presente nel disco, come avevamo pensato, perché era troppo preso da altre cose, ma comunque ci sentiamo ogni tanto.
Negli ultimi anni si sta assistendo a un grande ritorno delle sonorità degli anni ’80, tanto che molti gruppi si stanno riformando. Secondo te è una questione di soldi o di nostalgia?
Forse c’è anche un po’ di nostalgia, però io credo che sia più una questione di soldi e di dettami delle major. Vedo che ci sono dei tentativi di rimettere insieme delle persone che si sono odiate per anni, non vedo perché improvvisamente dovrebbero cominciare ad andare d’amore e d’accordo. Lì bisognerebbe chiedere a loro, però è buffo, è una moda che torna. È come i vestiti a zampa di elefante: un anno va così, l’anno dopo si riscoprono i jeans con i buchi e tutti mettono quelli. Per quanto riguarda la musica, non cambia molto, ci sarà sempre un periodo dove andrà un certo genere di musica, poi qualcuno che scopre l’acqua calda e fa il nuovo grunge, poi tornerà il punk, poi si ritorna all’hip hop. È proprio una moda, penso che la decidano quelli che dicono che cosa deve funzionare. La stessa Amy Winehouse non fa niente di nuovo, sono delle mode che tornano, e i giovani giustamente riscoprono in questi ultimi anni la musica rock, magari vanno a cercare i dischi del papà e riscoprono un genere, ma è bello, per fortuna succede! Uno dei nostri problemi è che si dice “non è niente di nuovo”; però io mi rifaccio sempre a una massima, che dice che anche la primavera non è niente di nuovo, però ci fa sempre piacere quando torna. Se una musica è bella ed era un successo quando è arrivata, sarà sempre un successo, perché ha una certa qualità. A me piace molto di più una cosa vecchia, ma bella, piuttosto che una cosa nuova che è una schifezza ma, siccome è nuova, deve piacere per forza.
Vi aspettiamo quindi per la data organizzata da Bologna Rock City, che questa volta si tiene però a Cesena, quindi in Romagna.
Da anni siamo in giro in tour a fare anche delle belle date, ma in Italia non è mai stato possibile riuscire a portare lo show come dovrebbe essere. È chiaro che è bello anche suonare in posti piccoli, ma ci sono tante cose, anche nel programma che facevamo prima, che non puoi fare, perché non hai il posto per mettere una batteria su un palco in mezzo alla sala per fare il duello con le due batterie, oppure non hai la possibilità di fare tutto lo show con i video screen. È ovvio che non tutto lo show si basa su quello, però sarebbe bello presentarlo come dovrebbe essere, mentre in Italia bisogna ripiegare sempre sulle cose in formato minore. In ottobre ad esempio siamo in co-headlining con gli Europe, in Francia con i Deep Purple, tutte cose che non si riescono a fare in Italia. Per fortuna il pubblico italiano compensa con il suo calore; fa un po’ impressione vedere dei ragazzi che arrivano dalla Sicilia o da Napoli per assistere a un nostro concerto, ma d’altra parte ci fa un immenso piacere.
