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JAR OF BONES

Interviews

JAR OF BONES - Nicola Sartor

Intervista a cura di Claudio Puggioli

Una breve intervista con i Jar Of Bones, la band udinese che sta cominciando a far parlare di sé anche fuori dalla propria città. Freschi di album, i cinque ragazzi si sono concessi per un paio di domande e curiosità. A prendere la parola è il cantante Nicola Sartor.

Iniziamo con le domande di rito: come e quando nasce la band?
Per cominciare un saluto a tutti voi. I Jar of Bones sono nati nel 2004 per volere di Cristian e Michele (chitarra e voce) amici da sempre, con l'intento di creare qualcosa di proprio, uniti dalla passione per la musica ed il rock n' roll. Nel 2005 arrivo io alla voce. La line-up definitiva viene raggiunta nel 2007 con l'aggiunta di Umberto e Luca (basso e chitarra ritmica). Possiamo dire che ci siamo conosciuti quasi tutti per caso, ma accomunati dalla voglia di spaccare e di farci sentire!

Avete uno stile molto personale, ma da dove prendete spunto? Che gruppi vi hanno influenzato maggiormente?
Dire che abbiamo uno stile personale è forse un po’ troppo. Diciamo che tentiamo di essere noi stessi! Tutti abbiamo iniziato a suonare facendo cover di altri gruppi e tentando di emulare i nostri miti, ma da quando è iniziato il progetto Jar Of Bones siamo noi e basta! Per quanto riguarda le nostre influenze, diciamo che stiamo traendo ispirazione da chiunque. Ascoltiamo molta musica e ci piace anche sperimentare. Tentiamo di essere il più versatili possibile!

Avete un look moderno ed eccentrico nonché una carica non comune sul palco, ma quanto vale per voi l'immagine?
L’immagine non ci interessa molto… Quello che conta è trasmettere energia quando si suona e questo non c’entra niente con l’immagine. È solo cuore!

E il moniker? Da dove nasce il nome Jar Of Bones?
“Moniker”! Erano anni che non sentivamo questa parola! Il nome è nato per caso in sala prove quando ancora stavamo formando il gruppo. Possiamo solo smentire che sia una combinazione fra vari titoli degli Alice In Chains. È un nome come un altro; ci piaceva il concetto di “ossa dentro un barattolo”, tutto qua!

Ci sono stati molti cambiamenti dall'uscita del primo ep Brain In A Jar. Ma diteci come si è arrivati a questo punto.
Brain In A Jar è stato un lavoro molto istintivo e noi eravamo ancora alle prime armi. Nonostante tutto, ne andiamo ancora fieri perché è stato il nostro primo biglietto da visita. Siamo talmente affezionati a quelle canzoni che continuiamo a riproporle durante i live, naturalmente arrangiandole al nostro stile di adesso. A Red Stain invece, è un album più studiato e pensato. È dal 2007 che scriviamo un sacco di canzoni e per questo ultimo lavoro abbiamo elaborato le migliori, e le abbiamo fatte analizzare al nostro sound engineer Riccardo Asquini, il quale ci ha aiutato ad arrangiarle al meglio. Insomma, A Red Stain è il frutto di molte ore di lavoro da parte di tutti!

Nel 2008 siete arrivati terzi al PopRock con il brano "Damned Flies". In che modo ha giovato alla band questo traguardo?

L’esperienza del PopRock ci ha aiutati a crescere perché ci siamo confrontati per l’ennesima volta con altre realtà. Siamo molto riconoscenti allo staff del PopRock perché ha saputo credere in noi, dando la possibilità ad un genere come il nostro, di farsi notare in una manifestazione prettamente pop!

Avete appena pubblicato il vostro album, ma guardando avanti avete altri progetti interessanti per il futuro? Qualche collaborazione particolare?
Il nostro progetto principale è quello di suonare il più possibile per far conoscere a tutti la nostra musica, continuiamo a scrivere e continuiamo a migliorarci sperando di tornare in studio e realizzare un nuovo album!

E ora lasciamo l'ultima parola a voi, augurandovi in bocca al lupo e di continuare così!
Grazie per l’opportunità che ci avete dato… Continueremo a dire: fans make stars!




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