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Live Reports
GLAM FEST 2011 MAIN EVENT
Estragon, Bologna
03/04/2011
Report di Luca Driol, foto di Anna Minguzzi
Ottimo festival per celebrare l’hard rock nelle sue molteplici forme: infatti quest’anno il Glam Fest è all’insegna dell’eterogeneità e passa dall’hard-blues dei Little Caesar all’hard rock sinfonico di Robbie Valentie, sino al classico glam di Tigertailz e Ratt (qui rappresentati dal solo Pearcy). Purtroppo il festival deve far fronte all’assenza dei Silent Rage, ma soprattutto dei Wig Wam, che sicuramente erano una delle band più attese della kermesse (e non solo dal sottoscritto). Ad aprire la rassegna ci pensano i perugini Pollution, band molto attiva in ambito live: i ragazzi sono già piuttosto maturi e il loro show risulta convincente, grazie anche alla presenza di brani di buona qualità. È poi il turno dei toscani Deadly Tide, gruppo che può contare sulla bravura del vocalist (ma il look è allucinante!) per promuovere al meglio il proprio bagaglio di hard rock anthemico e potente. Dopo le due band apripista, salgono sul palco gli Hell In The Club, gruppo vincitore del contest dell’Italian Glam Fest e già perfettamente rodato on stage, essendo composto dalla sezione ritmica dei Secret Sphere, dal vocalist degli Elvenking e da un chitarrista che si è fatto le ossa in un tributo ai Toto. Il risultato è un album incredibile ( recensito anche dalla nostra webzine), ma dal vivo la band non appare così convincente, a causa della voce poco incisiva del singer Dave, che comunque risulta un grande trascinatore. Un plauso comunque al chitarrista Picco, una spanna sopra tutti! Cambio di palco e tocca agli svedesi Crazy Lixx infiammare gli animi dei presenti. Il gruppo sa come tenere il palco e sforna un piacevole greatest hits dei due lavori pubblicati, suonando con la giusta passione e arricchendo i pezzi con gustosissimi cori: tra una “Dr Hollywood” e una “Rock And A Hard Place”, la band ottiene il giusto riconoscimento da parte del pubblico già caldo e decisamente coinvolto dallo show dei nordeuropei. Dopo i Crazy Lixx, fa il suo ingresso l’androgino olandese Robbie Valentine, autore di una buona prova anche se sin troppo artificiosa per via dei troppi campionamenti presenti. Il nostro musicalmente si ispira in maniera palese a Queen, Styx e, nei brani più recenti, a certo industrial metal: se in certi momenti la componente pacchiana ha il sopravvento, in altri sia ha la sensazione di avere davanti un artista completo, dotato di una voce sublime e in grado di destreggiarsi con abilità dietro a ogni strumento. Un’esigua porzione di pubblico (tra cui il sottoscritto!) sembra apprezzare molto la frizzante “I’m Going Under (Sedated)” la modernista “I Should Have Known Better” e la tenera “Dear Dad”, ma la scaletta prevede alcuni pezzi sin troppo caotici e dal flavour industrial che mal si adattano allo stile dell’artista, sino a culminare in una scialba e metallizzata cover di “S.O.S.” degli Abba (sì, proprio loro!) cantata dalla bassista Lilo. Luci e ombre. Rullo di tamburi… ecco i veri trionfatori del Glam Fest: i Little Caesar! Il quintetto, muovendosi in territori musicali cari a formazioni quali AC/DC, ZZ Top, Rose Tattoo e Badlands, ci regala un’oretta all’insegna del miglior hard-blues in circolazione, con l’iper-tatuato Ron Young in una forma vocale strepitosa e il chitarrista Loren Molinare che si dimena per il palco come un tarantolato, seguiti a ruota da una band che sprigiona energia e feeling a ogni nota. “Sick & Tired”, “Rum & Coke” e la fantastica “Supersonic” scuotono tutti i presenti, nessuno escluso e il gran finale con la riproposizione dell’hit “Chains Of Fools”, lanciato alla fine degli anni ’60 da Aretha Franklin, suggella la fine di uno show perfetto. Suonare dopo l’intensa esibizione dei Little Caesar sarebbe arduo per chiunque, ma per i Tigertailz è addirittura disastroso! Kim Hooker appare svogliato, in sovrappeso e senza voce e la bassista Sarah Firebrand sembra più interessata a mostrare il suo décolleté al pubblico che a suonare il suo strumento: fortunatamente il concerto viene parzialmente salvato dalla straordinaria prestazione dietro alla batteria di Robin Guy (non per niente considerato uno dei migliori drummer britannici), sorta di invasato metronomico dal look bizzarro, che si diletta anche in un incredibile assolo. Ma tamburi a parte, l’esibizione del combo di Cardiff non colpisce nel segno neppure durante classici quali “Love Bomb Baby”, “Livin’ Without You” e “Noise Level Critical”, acclamati comunque da buona parte del pubblico venuto quasi esclusivamente per loro. USA- UK 1-0. Chiude la kermesse Stephen Pearcy, leggendario frontman dei Ratt, una delle band di maggior successo negli anni ’80, qui presente con una formazione tra cui spicca Mike Duda degli W.A.SP. Ovviamente lo show è incentrato sui classici della band madre e nonostante il singer non appaia molto entusiasta (forse a causa di un pubblico piuttosto esiguo per un personaggio della sua caratura!), riascoltare brani quali “You’re In Love”, “Slip Of The Lip”, “Wanted Man”, la tellurica “Body Talk” e il super hit “Round And Round”, fa sempre piacere e lo show scorre via senza troppi intoppi, nonostante la presenza di un solo chitarrista. Arrivederci al prossimo Glam Fest!

