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Live Reports
BRITISH STEEL FEST
Estragon, Bologna
07/11/2010
Report e foto di Luca Driol
Trent’anni sono passati dalla nascita (più o meno ufficiale) della N.W.O.B.H.M., movimento musicale dal quale, successivamente, si sono originati generi come il power metal e il thrash, e Bologna Rock City decide di festeggiare questo importante anniversario con un festival ospitante alcuni dei migliori act di quel periodo. Dopo aver amaramente constatato l’assenza dei Weapon (che a quanto pare hanno perso il volo per Bologna), i primi a calcare il palco dell’Estragon sono gli Elixir, attesissimi già da un buon numero di persone. “All Hallows Eve”, title-track dell’ultima fatica in studio della band, apre le danze e appare già chiaro che il gruppo on stage sia piuttosto rodato, soprattutto per quanto concerne il singer Paul Taylor, sicuro e grintoso. “Trial By Fire” ci riporta indietro di quasi 25 anni, cioè all’uscita del debutto “Son Of Odin”, dal quale verranno, ovviamente, estratti altri brani, come “The Star Of Beeshan” e la fiera “Pandora’s Box”; dopo l’hardrockeggiante “Knocking On The Gates Of Hell”, tratta dal penultimo album in studio, Mindcreeper, è la volta del cavallo di battaglia del gruppo, la fantastica “The Treachery (Ride Like The Wind)”, che chiude uno show di alto livello… e siamo ancora all’inizio! Fa decisamente impressione vedere i Grim Reaper in una posizione così bassa nel bill del festival, ma il gruppo non si risparmia affatto, offrendo uno show aggressivo ed energico a tutti i presenti. Il protagonista assoluto è, ovviamente, il corpulento Steve Grimmett che con “Rock You To Hell” apre un concerto che sarà un greatest hits dei tre dischi pubblicati negli anni ’80; il singer parte in sordina a causa di qualche imperfezione vocale, per poi scaldarsi coi pezzi successivi, riuscendo ad offrire uno spettacolo coi fiocchi. Scorrono così, per la gioia dei presenti, le varie “Lust For Freedom”, “Fear No Evil” e “Matter Of Time”, ben reinterpretate dalla nuova band (dove spicca il bravo Ian Nash, che fu uno dei primissimi chitarristi del gruppo alla fine degli anni ’70); prima della fine dello show, i Grim Reaper tributano il proprio omaggio a Dio con una buona versione di “Don’t Talk To Strangers”, per poi concludere il proprio tempo a disposizione con l’immancabile “See You In Hell”. Vigorosi! Dopo l’assalto sonoro operato dai Grim Reaper, i Demon apportano al festival sonorità decisamente più pacate ed evocative: la band, da diversi anni saldamente in mano all’unico membro rimasto della formazione originale, ovvero il frontman Dave Hill, dà vita ad un concerto assolutamente fantastico, pescando a piene mani nella sua nutrita discografia. Incredibilmente i nostri utilizzano come incipit sonoro il proprio cavallo di battaglia, “Night Of The Demon”, title track del primo storico album, per poi bissarla con “Into The Nightmare”. Dave Hill, cappellino d’ordinanza e sguardo furbo, oltre ad essere un ottimo vocalist è anche un vero animale da palcoscenico, sempre divertente e pronto a incitare il pubblico (spassosissime le sue espressioni “demon-iache”!) e il resto della band lo supporta nel migliore dei modi. Lo show prosegue con l’incredibile “Blue Skies In Red Square”, seguita dall’unico estratto dal “progressivo” The Plague, ovvero l’ottima “Blackheath”, infarcita di tastiere e cori; trovano spazio in scaletta anche “Sign Of A Madman”, la più recente “Standing On The Edge”, “Liar”, l’atmosferica “Life On The Wire” e, com’era lecito aspettarsi, “Don’t Break The Circle” (conosciuta da molti più per l’interpretazione da parte dei Blind Guardian), che congeda i britannici dal pubblico dell’Estragon. Incredibili! Dopo un esibizione di questo livello è difficile fare di meglio, ma i Crying Steel (unica band italiana presente al festival, anzi, “unica band non britannica”) ce la mettono proprio tutta, grazie al loro metal veloce e incontaminato che infiamma le assi del palco. Il gruppo bolognese questa sera presenta il nuovo vocalist subentrato al dimissionario Luca Bonzagni: Stefano Palmonari risulta sin dalle prime song vocalist di razza, in grado di reggere il paragone col bravo predecessore. Al pubblico accorso viene offerto un ricco piatto che prevede una buona alternanza tra vecchi brani (“No One’s Crying”, “Runnin’ Like A Wolf” e la leggendaria “Thundergods”), estratti dal più recente The Steel Is Back (le arrembanti “Raptor”, “Next Time Don’t Lie” e “Let It Down”) e un nuovissimo brano, “Defender”. Sugli scudi, come sempre, il chitarrista Franco “Penna Bianca” Nipoti, accompagnato dalla sezione ritmica al fulmicotone del tandem Franchini /Ferri, responsabili assieme a Max Magagni all’altra chitarra e al nuovo singer di uno show di metal vertiginoso e incandescente. Inossidabili! È il momento di una delle leggende della N.W.O.B.H.M.: riscoperti da molti grazie ai Metallica, i Diamond Head rappresentano una dei quelle band che, come i Demon, avrebbero meritato più successo. Capitanati dall’eccellente chitarrista Brian Tatler, il gruppo già da sei anni ha trovato nell’incredibile Nick Tart il singer ideale: ed è proprio su Tart che ci vogliamo soffermare, che rappresenta la tipologia di cantante che tutti vorrebbero avere grazie al felice triplice connubio voce, interpretazione, presenza scenica. Ed è proprio grazie al vocalist che la band riesce a rendere credibili anche i pezzi recenti, più vicini all’hard-blues dei migliori Whitesnake che al metal delle origini. Ovviamente non mancano i cavalli di battaglia della prima ora come “Play It Loud”, a cui spetta il compito di aprire l’esibizione, “In The Heat Of The Night”, “It’s Electric”, “Sucking My Love” e naturalmente quella “Am I Evil?” che conoscono anche i muri. Dispiace non ascoltare in scaletta nemmeno un estratto da Canterbury, ma è il piccolo neo di un concerto grandioso, forse il migliore di tutto il festival. Purtroppo dopo tante valide band tocca alle Girlschool salire sul palco felsineo, che, anche questa sera, daranno vita ad un o show tutt’altro che perfetto. Nonostante buone canzoni (vengono saccheggiati i primi due album), le carenze vocali di Kim McAuliffe e le evidenti imprecisioni dietro il drumkit di Denise Dufort, inficiano un concerto che stenta a decollare. Certo, molti gioiscono nell’ascoltare “Demolition Boys”, “Not For Sale” e “C’mon Let’s Go”, che, pur nella loro ingenuità, rappresentano ottimi esempi di quella N.W.O.B.H.M. che flirtava maggiormente col punk (chi ha detto Motörhead?), ma l’esecuzione rimane uno dei punti deboli della all-female band. Dopo qualche valido estratto da album più recenti come “I Spy” e “Everything’s The Same”, la chiusura è affidata alla doppietta rappresentata da “Race With The Devil” e “Emergency”. Tutt’altro che impeccabili. L’attesa di vedere dal vivo gli Angel Witch è ben palpabile nell’aria (anche se il sottoscritto se li era già visti nel 2000 in quel di Wacken) e la band non delude le aspettative. Kevin Heybourne dimostra di non essere un vocalist eccellente, ma sicuramente è un buon chitarrista e in questo show è affiancato dal valido Bill Steer (Carcass, Firebird) e dalla sezione ritmica costituita da Will Palmer e Andrew Prestidge. Com’era lecito attendersi, viene proposto l’esordio omonimo del 1980 quasi per intero, potendo così far godere l’audience di brani storici come “Gorgon”, “Confused”, “Sweet Danger”, “Atlantis” e “Angel Of Death”, vere e proprie perle della più oscura N.W.O.B.H.M. . La band propone anche qualche brano pubblicato, all’epoca, solo in ep o in singolo, come “Baphomet”, “Dr. Phibes” e “Flight Nineteen”, concludendo il proprio show e anche l’intero festival con l’immarcescibile “Angel Witch”, cantata a squarciagola da quasi tutti i presenti. Il mito! Concludendo, ottimo festival per nostalgici (ma non solo!) del metal che fu, per chi rifugge le mode e preferisce rifugiarsi tra le sincere braccia di quel movimento che trent’anni or sono infiammò l’isola britannica e, da lì, tutto il mondo: e, una volta tanto, siamo felici di constatare che il numero dei presenti ha superato le aspettative, per cui… avanti così!

