RUBLOOD - Star Vampire - Roxx Zone 3.0

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RUBLOOD
Star Vampire

Bakerteam Records/Andromeda
2013

di Martina Fraccaroli, 30/09/2013

La sensazione generale dell'album è “I'm so goth that I shit bats.”, ma mettiamo da parte le stupidate. Sin dalla copertina i Rublood, band alternative/industrial/goth metal proveniente da Torino, ci fanno capire che non scherzano affatto: atmosfera di decadenza urbana, alienazione e freddo, tranne per quella luce rossa sullo sfondo, che più che ad un'alba, fa pensare ad un incendio. Title track, un'accoglienza proprio come ci si aspetta: un sintetico muro di suono senza scampo, che, grazie al cielo, non ci abbandona mai per tutta la durata del disco. Ritmo cardiaco elettronico, su cui si inserisce una chitarra distortissima, accompagnata da una batteria definita e pressante. La voce roca e potente si unisce alla corposità del suono sottolineando l'atmosfera dark del tutto; la tastiera ricorda da lontano una rallentatissima “Only For The Weak” degli InFlames. “Heart”, ha un tocco di romantico pianoforte minimalista, subito ingoiato dal suono sintetico e potente degli altri strumenti. La voce, con il suo timbro particolarmente basso, come un Dave Gahan vampirizzato e con la gola secca, sposa il suono divenendo quasi strumento anch'essa, in un'armonia perfetta. “Trough The Looking Glass” comincia con la chitarra che pare essere trattenuta dentro una bolla, che cresce e cresce fino ad eruttare un suono cattivo ed efficacissimo. Pezzo scelto come singolo; di cui sarà disponibile a breve anche un video, del quale sono onestamente molto curiosa. Questa canzone ha già un video non ufficiale, in un certo senso: è presente nel film “Studio Illegale”, dove si esibiscono nel ruolo di loro stessi. Un'atmosfera più dura, sostenuta e veloce delle prime tre tracce ci viene data con “Electro Strarfuckers”. Ricorda molto da vicino i Rammstein delle origini, l'elemento di tastiera è sempre dominante: qui però gli strumenti tradizionali sono più presenti e agguerriti, regalando un suono, se così si può dire, più classico. Pezzo da live perfetto per smuovere gli animi, l'assolo di tastiera risulta un po' noioso, ma convince lo stesso nel suo ruolo di esaltatore dell'atmosfera innaturale/soprannaturale. -“I am the new god, I am the number one, I am the best around.”-. La mia traccia preferita in assoluto. “Rainfall”, decisamente più oscura, richiama un clavicembalo rococò all'inizio, che va a corrompersi in sirena di pericolo. Continua a tenerci legati ad un sound cyber e goth insieme, sinfonica nel ritornello e serratissima nelle strofe. Il pezzo che forse più di tutti ricorda la loro origine torinese, nel tradire una vaga parentela con i concittadini Subsonica, con un ritmo sincopato e un'invadenza, spettacolare, ferrosa del basso. Anche qui la parte di tastiera ricorda una continua sirena d'emergenza, una perenne sensazione di pericolo e di eccitazione sensoriale. La voce ci trascina in un vortice di tentazioni a base di “True Blood”. “Policy Of Truth”, rifacimento in chiave ancor più dolorosa della splendida canzone dei Depeche Mode. Lo storico riff viene riadattato nel suono di un carillon malato, fatto sparire dentro una massacrante chitarra, che sfuma in un suono dolcissimo. La voce stessa abbandona per un momento la solita roca profondità per diventare una carezza disperata. Tre canzoni con poco da segnalare: “Negative Bride”, pezzo un po' stanco, senza meriti particolari, se non quello di continuare a portare avanti l'atmosfera creata dal disco, così come “In Love We Trust”. “Goth Love”, ballad maledetta e dal respiro affannoso dal testo tematico e poetico, in qualche passaggio, purtroppo, piuttosto banale e scontato. Si sente forte l'influenza dei To Die For, sia per le figure tratteggiate dal testo, sia per gli arpeggi musicali lenti e avvolgenti. “Ingnition” ci fa tornare nell'atmosfera della luce senza calore dei neon, regalandoci un sound imparentato con l'ebm dei Combichrist, definita con un neologismo che mi piace molto: “hellektro”, regala un momento di grandissima carica, che rende impossibile restare indifferenti o, peggio, fermi. In sostanza è un grandissimo debutto, molto ispirato e con pochi momenti di stanchezza. Risente di un problema comune a tutto il genere: la difficoltà nello staccare con chiarezza un pezzo dall'altro, una linea continuativa che rischia di scadere nel troppo simile, si salva grazie allo stile molto particolare ed interessante che tiene ben viva l'attenzione ad ogni cambio. Assolutamente non da sottovalutare la propensione ad essere ballato di tutto l'album, da Decadence (il famoso locale/serata/evento di Bologna) in piena regola. I testi ricordano Anne Rice, che non amo per nulla come autrice ma che apprezzo molto per atmosfera, modernizzata e robotizzata, il titolo dell'album ci porta subito lì, senza fraintendimenti. Prendete i Depeche Mode, i Rammstein, l'intera colonna sonora de “La Regina Dei Dannati”, aggiungete una colata di nero e del cemento armato: otterrete un risultato oscuro, decadente e metallico come sono i Rublood.

Track List:

1. Star Vampire
2. Heart
3. Through The Looking Glass
4. Electro Starfuckers
5. Rainfall
6. True Blood
7. Policy Of Truth
8. Negative Bride
9. Goth Love
10. Ignition
11. In Love We Trust

 
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